Dietro la maschera: nascondersi o comunicare?

 

Immagine realizzata da Laura Landi

“Ogni uomo mente, ma dategli una maschera e sarà sincero” – Oscar Wilde

Rivoluzionari, adolescenti, sciamani e sacerdoti, criminali e attori, persone affette da disturbi mentali o soltanto troppo timide per esprimersi. Ognuna di queste tipologie può essere accomunata da un piccolo oggetto, da un simbolo, che caratterizza gran parte dell’umanità e, mutevole come le sue espressioni nel corso di secoli, continua a cambiare ed evolversi: la maschera.

Nella maggior parte dei casi, nel nominare la “maschera” (senza specificare l’ambito della futura conversazione), alcuni tra i primi concetti che la parola potrebbe richiamare sono probabilmente incentrati intorno alla menzogna o quantomeno al mistero (possibili etimologie partono da termini come «fantasma» o «strega» fino ad arrivare a significati simili a «cosa che camuffa il volto» [Dizionario Etimologico Online]. Si tende a interpretare la maschera come un metodo per nascondersi al prossimo e per non rivelare uno o più aspetti di noi stessi (cfr. Pizzorno 2008).

Dal recente boom cinematografico di supereroi, a fenomeni cibernetici come Anonymous, il gruppo di hacker attivisti, fino ai più violenti black bloc, le maschere nel mondo di oggi continuano a trasmettere l’idea del nascondere la propria identità al fine di portare avanti degli scopi ben precisi; la maschera diviene quindi un simbolo che tende a omologare l’individuo che la indossa e, allo stesso tempo, a distinguerne il gruppo di appartenenza.

Le radici del mascheramento sono antiche e universali (dal teatro dell’antica Grecia, ai vari riti carnevaleschi) e le interpretazioni a riguardo sono variegate, a volte contrastanti e le credenze comuni hanno spesso una forte rilevanza sull’opinione generale: di conseguenza, in un mondo moderno, occidentale, i cui rituali sono sempre meno espliciti e “appariscenti”, la maschera è davvero solamente un altro metodo per mentire e nascondersi?

Immagine realizzata da Laura Landi

Nel suo Saggio sulla Maschera, Pizzorno sottolinea in primo luogo che la maschera è un «oggetto materiale, una cosa. Prima di essere posta sul volto di un uomo essa ha una realtà propria, quindi una funzione autonoma» [Pizzorno 2008:23].

Infatti, nonostante i materiali che la compongono siano presenti in natura prima dell’esistenza stessa dell’oggetto e la maschera sia di fattura unicamente umana, rappresenta degli esseri di cui l’uomo non ha un’esperienza diretta e, di conseguenza, «si pone come attività mediatrice fra il “fare” umano e il mondo delle presenze obiettive (quelle presenze della materia mitica, divina o naturale con le quali si sta cercando di comunicare attraverso la mediazione della maschera)», in un certo senso, umanizzando la natura e sacralizzando il lavoro dell’uomo [cfr. Pizzorno, 2008].

Una volta modellata e riposta nel luogo più consono, essa svolge in molti casi un ruolo fondamentale per la buona riuscita di un rito sia esso di protezione (come nel caso dei buffoni sacri che interpretano gli spiriti kachina), un passaggio iniziatico (rito ndöp dei Wolof del Senegal), una marcia funebre (presso i Diola), un rito di possessione purificatoria, di cura di una malattia etc. [cfr. Callieri-Faranda, 2001].

Nel corso dell’ultimo secolo, attraverso studi di psicologia, psicanalisi e psicopatologia, si è riscontrata una tipologia di mascheramenti in cui l’oggetto in sé non ha più una forma fisica, ma esiste nella mente del paziente come metafora della propria condizione – in questo caso infatti chi è affetto da una patologia nervosa, spesso, non ha altro modo di comunicare con il mondo che lo circonda se non attraverso delle simbologie che gli permettano di tradurre il proprio caos interiore [cfr. Callieri-Faranda, 2001].

Ci troviamo quindi di fronte a una mediazione, sì, ma che non ha più rapporti con il divino o con il soprannaturale, una mediazione che non ha scopi rituali specifici, ma che è assolutamente necessaria per la convivenza di un singolo all’interno di una società che ha delle regole prestabilite alle quali quest’ultimo, purtroppo, non riesce ad aderire autonomamente. Da qui il bisogno patologico di indossare un travestimento che lo renda il più possibile simile all’altro.

Immagine realizzata da Laura Landi

Si può trovare un riscontro anche in quei travestimenti che non hanno altro scopo se non quello ludico e della celebrazione del costume, come negli ambiti delle rievocazioni storiche, del gioco di ruolo dal vivo o del cosplay (dalla crasi dei termini costume e play, è la pratica di ricreare e indossare gli abiti di un personaggio di film, fumetti serie animate e altro), tutte attività e hobby che negli ultimi anni sembrano aver attratto una cerchia sempre più diversificata di appassionati.

In questo caso, la maschera vuole essere un metodo di espressione personale che va dalla semplice presentazione di un costume accurato e ben fatto, alla creazione di interi mondi e nuovi personaggi e, in una sorta di commistione di generi, si vengono a collegare la performance e l’arte teatrale al travestimento rituale.

Nei tre esempi presentati, la maschera sembra riuscire ad abbattere il più comune stereotipo del mascheramento il cui scopo è solamente quello di nascondere la propria identità; in queste situazioni, infatti, una volta indossata, sia essa fisica o immaginaria, diventa un metodo per comunicare (e non nascondere) la propria condizione, nel tentativo di far comprendere qualcosa di se stessi al prossimo o di instaurare un dialogo che risulti alla pari.

 

Anna Giulia Macchiarelli

Info

 

 

 

Bibliografia

Callieri, B., Faranda, L., Medusa allo specchio. Maschere fra antropologia e psicopatologia, Edizioni Universitarie Romane, Roma, 2001

Pizzorno, A., Sulla maschera, Il Mulino, Bologna, 2008

Sassatelli, R., Attraverso la maschera. Rappresentazione e riconoscimento. In Sulla Maschera, Il Mulino, Bologna 2008

Sitografia

Dizionario Etimologico Online: http://www.etimo.it/?term=maschera

4 Replies to “Dietro la maschera: nascondersi o comunicare?”

  1. MASCHERA E IDENTITÀ

    Il tema è affascinante perché condensa in sé ciò che di me considero più autentico (l’identità) con ciò che invece è ritenuto strumento di occultamento (la maschera) e quindi di falsificazione. “Tògliti la maschera!” è l’ingiunzione (paradossale) che si dà a chi si ritiene inautentico, ingannatore e infingardo. Tuttavia non è solo negativa la connotazione attribuita al termine «maschera», ma anche positiva e spesso divertente. Soprattutto in passato, la maschera era utilizzata da taluni sacerdoti o sciamani sia per esprimere dei loro presunti poteri di guarigione sia per entrare in qualche modo in contatto col divino. La maschera assumeva quindi la valenza di «strumento sacro».

    In molte culture attuali, esiste la festa di Carnevale, dove è d’obbligo mascherarsi e altrettanto d’obbligo è fare festa e divertirsi. In questa occasione, la maschera sembra quindi essere utilizzata come catalizzatore catartico che aggrega le preoccupazioni e i dispiaceri della quotidianità per riderci sopra, almeno una volta all’anno.

    I modi con cui possiamo nascondere/mascherare qualcosa/tutto di noi sono diversi. C’è la maschera di cartapesta o di plastica che copre tutto il viso o soltanto la metà superiore (mai solo quella inferiore! Forse perché gli occhi hanno molto a che fare con l’identità…); c’è la divisa civile o religiosa sotto la quale talvolta si cela un’identità incongruente (“L’abito non fa il monaco”, il poliziotto corrotto, il togato compiacente…); ci sono le maschere psicologiche che hanno ispirato alcuni geni della letteratura per la stesura dei loro capolavori (R.L. Stevenson, Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde, 1886); in rari casi, il mascheramento assume contorni sindromici patologici (disturbo dissociativo dell’identità).

    Da queste semplici considerazioni, sembra quindi che l’atto di mascherarsi/nascondersi sia più frequente e diffuso di quanto invece la norma etico-sociale superegoica non vorrebbe, quasi che l’identità, per essere tale e cioè genuina, dovesse rifuggire drasticamente ogni forma di occultamento. Ma è davvero così? Davvero l’identità ha niente a che fare con delle modalità di nascondimento?

    La psicologia dell’età evolutiva insegna che i bambini giocano spesso a travestirsi da grandi, talvolta anche indossando grottescamente gli abiti di mamma e papà. Gli adolescenti in genere amano vestirsi dressing trend e alcuni anche con gli abiti tipici di sottoculture (p.e.: gli emo). L’identità o personalità (Sé-stile di vita, secondo Adler) si forma nei primi anni di vita attraverso l’interazione complessa tra eredità genica, società, cultura e qualità individuali. Spesso questo processo è caratterizzato da apparenti contraddizioni prima di assumere una configurazione somatopsichica tendenzialmente definitiva. Tuttavia, anche al termine di questo iniziale processo, l’identità raggiunta non è esente da ambuità e/o ambivalenze che strutturano così la personalità, non per forza in modo disadattivo e disfunzionale. In altre parole, anche in una identità/personalità adulta (di età) permangono degli aspetti celati consapevolemente o meno (inconscio rimosso e non rimosso) che suggeriscono di considerare la «maschera» non tanto come un elemento di inautenticità quanto piuttosto come una funzione intra/inter/transpsichica necessaria all’adattamento. Solo in taluni casi di lieve/moderata/grave entità la funzione celante diventa disadattiva.

    Non sembra quindi che mascherarsi sia così negativo. Forse dobbiamo ricordarci che nel teatro greco la «maschera di scena» forniva al pubblico le caratteristiche del personaggio rappresentato, e cioè la sua personalità/identità. Non per nulla, l’etimo insegna che il termine «persona» (forse di origine etrusca) significava «maschera teatrale» e che solo in seguito fino ad oggi tale termine è stato utilizzato per indicare un individuo con un corpo e una mente.

    Ogni persona è una maschera, per sé e per gli altri. Con questo limite, dobbiamo fare rispettosamente i conti.

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