Disturbi mentali e mortalità: un triste connubio

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Immagine realizzata da Rosalba Amato

“Chi è sensibile si può rovinare, può morire. Io sono sensibile alle foglie, al povero, al patire.” – (Il nome dell’autrice di queste parole non è noto. Di lei sappiamo solo che soffrì di disturbi psichiatrici e che ebbe una relazione epistolare con Renato Curcio: lui negli anni del carcere, lei internata in un ospedale psichiatrico)

Uno degli aspetti concernenti i disturbi mentali meno noti al grande pubblico, riguarda il triste connubio tra patologie psichiatriche e mortalità. Il suicidio naturalmente occupa un ruolo rilevante, ma sarebbe un errore considerarlo come l’unico fattore di rischio. Al fine di illuminare questa zona d’ombra, che rimanda ad aspetti molto diversi tra loro, cercheremo di rendere accessibili e fruibili alcuni dati provenienti da riviste e istituti di ricerca del settore, per delineare quello che alcuni autori hanno classificato come un fallimento delle politiche sociali e di promozione alla salute, della prevenzione alle malattie e dei servizi di assistenza e di cura (cfr. Thornicroft, 2011). Daremo quindi alcune informazioni di natura quantitativa per poi concentrarci sugli aspetti più qualitativi del fenomeno.

Nel 2006, la National Association of State Mental Health Program Directors (NASMHPD) affermava che gli americani affetti da gravi disturbi mentali muoiono in media 25 anni prima rispetto alla popolazione generale: il 60% di morti premature in soggetti schizofrenici è causato da condizioni di salute compromesse da disturbi cardiovascolari, polmonari e malattie infettive (HIV/AIDS). Per quanto sia impossibile quantificare in maniera univoca e universale la differente aspettativa di vita tra popolazione generale e pazienti psichiatrici, influenzata da una pluralità di fattori che variano da paese a paese, alcuni autori anglofoni affermano che in quest’ultimi risulta del 20% in meno rispetto ai primi: un gap di 20 anni per gli uomini e di 15 per le donne (cfr. Thornicroft, 2011).

Un buon punto di partenza per avvicinarci alla questione è quello di ricercare le cause sottostanti al fenomeno. Thornicroft nota come l’alto tasso di mortalità rifletta una combinazione di più fattori. Li andremo a elencare e approfondire di seguito.

1) Maggiore probabilità di esposizione a fattori di rischio per malattie croniche o alcuni tipi di cancro

Molte delle morti premature sono causate dall’adozione di comportamenti a rischio per lo più modificabili: tabagismo (50-90% dei pazienti schizofrenici), alcolismo, obesità/povertà nella dieta, mancanza di esercizio fisico, abuso di droga. La combinazione di tutti questi elementi porta i soggetti psicotici ad essere maggiormente esposti al rischio di sviluppare una sindrome metabolica, una situazione clinica ad alto rischio cardiovascolare: ipertensione arteriosa, iperlipidemia, diabete e obesità.

2) Effetti iatrogeni dei trattamenti psichiatrici, ovvero le complicanze e gli effetti collaterali dovuti a trattamenti medici

Con in termine iatrogeno (dal greco “iatròs”, medico e “gennan”, generare) si intendono tutte quelle azioni eseguite al fine di curare, diagnosticare e prevenire. Qui si farà riferimento alla sua accezione comune: complicazioni, effetti collaterali o altri danni insorti a causa di intervento medico. Tali effetti indesiderati sono naturalmente per lo più involontari o/e inevitabili. Le terapie farmacologiche contengono controindicazioni che devono essere attentamente soppesate. Per esempio gli antipsicotici di seconda generazione, pur essendo più mirati e “sicuri” rispetto ai loro predecessori, presentato un elevato rischio di sviluppare sovrappeso/obesità, insulino-resistenza, diabete/iperglicemia e dislipidemia. Tutti fattori di rischio per lo sviluppo della sindrome metabolica.

3) Tassi di suicidi, morti accidentali e violente più elevati

Le morti dovute a cause non naturali sono decisamente alte: solo l’80% dei soggetti schizofrenici muore per cause naturali, mentre la stima per la popolazione generale si aggira intorno al 97% (Ibidem). Incidenti e suicidi, prevalenti nella giovinezza rispetto all’età adulta, occupano un ruolo rilevante. Una percentuale che varia tra il 30 e il 70% di suicidi in America, riguarda persone affette da un disturbo depressivo maggiore o bipolare.

4) maggiore difficoltà ad accedere alle cure mediche rispetto al resto della popolazione

Questo punto merita particolare attenzione. Da una parte ci sono fattori personali del paziente che impediscono l’accesso alle cure, come la sindrome amotivazionale, paura, instabilità sociale e alcune caratteristiche sintomatiche dei disturbi, che rendono la compliance tra medico e paziente molto difficile – per esempio l’ideazione paranoide potrebbe suscitare sospetti che ostacolano l’avvicinamento alle cure, il pensiero disorganizzato potrebbe causa difficoltà nel seguire le raccomandazioni mediche. Parallelamente a questa dimensione psicologica, subentra un fattore sociale non indifferente: Thornicroft nota come i pazienti con disturbi mentali abbiano meno probabilità di ricevere screening efficaci per il cancro, con il conseguente aumento del tasso di mortalità. Ciò non è dovuto solo alla comorbilità medica e alle possibili interazioni farmacologiche nel trattare diversi disturbi, ma alla crescente evidenza che le persone con malattie mentali ricevono un trattamento peggiore per quanto riguarda i disturbi fisici. Si è notata inoltre che, a parità di altri fattori di rischio (fattori di rischio cardiovascolari e status socio economico), la depressione negli uomini è risultata essere associata con un aumento del tasso di mortalità cardiovascolare. Tali circostanze possono essere ascrivibili al fatto che il personale ospedaliero, attribuendo sintomi fisici a sintomi psichici, dia luogo a una “discriminazione strutturale” (cfr. Sullivan G et al 2006, Thornicroft et al 2009): si è notato per esempio, che i soggetti diabetici che presentavano un quadro di comorbilità con disturbi mentali avevano meno probabilità di essere ricoverati in ospedale per complicanze diabetiche rispetto a coloro che non soffrivano di disturbi mentali. Il personale medico potrebbe quindi essere guidato da stereotipi negativi, con la conseguenza di trattare sistematicamente i disturbi fisici delle persone con malattie mentali meno accuratamente ed efficacemente rispetto al resto della popolazione.

La domanda, a questo punto, sorge spontanea: cosa potrebbe essere fatto per colmare queste lacune?
Arginare completamente il fenomeno appare certamente irrealizzabile , ma agire al fine di limitarlo quanto più possibile risulta doveroso: la promozione della salute, la prevenzione ai suicidi e alla violenza, il miglioramento dell’accesso all’assistenza sanitaria attraverso servizi finanziati pubblicamente appaiono quindi necessari (cfr. Wahlbeck et al 2011) uniti a un ulteriore sviluppo del welfare state, nella versione nordica, costituirebbero la via d’elezione per aumentare le aspettative di vita della popolazione affetta da gravi malattie mentali, riducendo in tal modo tale discrepanza.

Andrea SelvaIMG_1484 copia

 

 

 

 

Bibliografia

De Hert M, Correll CU, Bobes J, Cetkovich-Bakmas M, Cohen D, Asai I, et al. (2011) “Physical illness in patients with severe mental disorders. I. prevalence, impact of medications and disparities in health care”. In World Psychiatry 10

Parks J et al., (2006) “Morbidity and Mortality in People with Serious Mental Illness Thirteenth”, in A Series of Technical Reports sviluppato dal NASMHPD

Sullivan G., (2006) “Disparities in hospitalization for diabetes among persons with and without co-occurring mental disorders”, in Psychiatry Serv 57(8)

Thornicroft et al., (2009) “Global pattern of experienced and anticipated discrimination against people with schizophrenia: a cross-sectional survey”, in Lancet. 2009 Jan 31

Thornicroft G., (2011) “Physical health disparities and mental illness: the scandal of premature mortality”, in The British Journal of Psychiatry 

Sitografia

Wahlbeck et al., (2011) “Outcomes of Nordic mental health systems: life expectancy of patients with mental disorders” : http://bjp.rcpsych.org/

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