Presenze “scomode”: il fenomeno del trolling online

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Negli ultimi tempi, sui social network e sulle piattaforme come Youtube, assistiamo all’emergere di nuove figure che si pongono in netto contrasto con la prospettiva perbenista e politically correct che molti professano. In particolare, il caso di Bello Figu e di Martina dell’Ombra ci porta a riflettere su un fenomeno in Italia sconosciuto, ma noto e studiato all’estero: il trolling.

La parola, di cui possiamo trovare alcune definizioni approssimative1, comincia a circolare soprattutto nei primi anni ‘80 al tempo dell’affermazione di internet e dei forum. Infatti, in questo periodo si cominciano ad intravedere nuove figure che spingono l’interazione sociale online al limite, spesso prendendosi gioco dei commentatori e infiammando2 le discussioni per irritare la comunità virtuale. Inizialmente visti come provocatori, cercavano di mettere in difficoltà e, con un senso ingannevole e ironico, di attirare gli utenti in discussioni inutili e dispersive. Spesso portatori di false identità, erano tutelati dalla garanzia dell’anonimato e assumevano un atteggiamento provocatorio e oltraggioso.
Se, come detto prima, all’estero il fenomeno è ben noto, ricco e denso di punti di vista e prospettive interessanti, in Italia pare non essersi consolidata una consapevolezza rispetto al tema, in quanto sembra per noi più difficile simpatizzare con la parola troll ed utilizzarla. In effetti, a parte alcune indicazioni generali, non abbiamo elementi per definire bene questo tipo di fenomeno: la categoria è estremamente fluida e difficilmente contestualizzabile e il significato del termine ha confini soggettivi e variabili a seconda del contesto. Potremmo dire che il troll è una figura non meglio identificata che risulta ambigua e viene spesso confusa con altre categorie ed inserita in altri contesti. In Italia, ad esempio, si tende a confondere questi nuovi personaggi con altre figure: «fra le audience digitali italiane, negli ultimi anni, si è infatti osservato un crescente interesse verso i video amatoriali di personalità singolari, le cui performance online vengono giudicate come fallimentari, imbarazzanti, bizzarre o semplicemente ridicole, tanto da essere qualificate dagli utenti come “Fenomeni Trash”, “Trash Stars”, “Fenomeni da Baraccone di YouTube”, “Freak di YouTube” o “Mostri del Tubo”» (Brilli, 2016:153). Spesso si usano giudizi, immagini negative per parlarne e si cerca di screditare il ruolo sociale che questi nuovi attori vogliono proporre; inoltre, in molti casi si ritiene che ciò che fanno sia dettato da manie di protagonismo così come dalle richieste di un pubblico disinformato e, soprattutto, si afferma spesso che non abbiano uno scopo. Il nostro paese sembra avere quindi una carenza di informazioni rispetto al fenomeno (oggi come in passato, sebbene la figura del disturbatore non sia del tutto estranea nel panorama italiano) e pare non essere attento a ciò che accade tra i più giovani e soprattutto nella realtà virtuale.

Volendo cercare di capire come oggi possiamo considerare i troll (nel contesto italiano), per cercare di individuarne le caratteristiche, possiamo riflettere sulla possibilità che anche il trolling, come tutti i fenomeni sociali, possa aver subito trasformazioni e che oggi questi personaggi non siano più relegati al ruolo di “disturbatori anonimi” sulle comunità virtuali. Le trasformazioni a cui assistiamo, grazie alla presenza di mezzi di comunicazione sempre più globali, ci portano a chiederci se (e come) queste nuove figure abbiano “invaso” altri spazi prendendo in considerazione il fatto che non siano più interessate all’anonimato o ad un target specifico di “vittime”. Oggi possono muoversi in ambienti più vasti, non comunicano necessariamente con un pubblico scelto o selezionato, ma aprono le porte a qualsiasi tipo di utenza; comunicano in maniera molto immediata e spesso volutamente illetterata, volgare, egoista e sfacciata.
Il caso di Bello Figu, ad esempio, ci porta a riconsiderare i confini e le implicazioni di questo fenomeno proprio perché ci mette di fronte ad una nuova realtà e ad un nuovo modo di mettere in discussione i parametri sociali a cui siamo abituati. Ci spinge, inoltre, a prendere in considerazione scopi comunicativi ed informativi nuovi che devono adattarsi ai contesti contemporanei.
Diventato famoso per le sue canzoni, che ritraggono stereotipi grotteschi, parodia delle retoriche dominanti, ha provocato reazioni fortissime perché i testi e le immagini che ci propone veicolano contenuti molto delicati. Riflettendo meglio su ciò che ci propone, possiamo renderci conto che questo ragazzo riesce a generare un forte dissenso e, conseguentemente, può innescare processi di autocritica in chi lo ascolta.

Oggi, nel contesto italiano, gli esempi che possiamo associare alla figura del troll usano un meccanismo complesso per cui si fingono stupidi, provocano con sarcasmo, dicono cose insopportabili; mostrano il lato ironico della cultura dominante e creano, infine, un’audience composta da spettatori che si godono la performance, ma anche di commentatori che si scatenano in forme d’odio e di aggressione3 (cfr. Escartin, 2015).
Del resto, non dobbiamo dimenticare che questi personaggi sanno benissimo cosa stanno facendo. Non sono inconsapevoli. Stanno recitando una parte, ci stanno deridendo e stanno mettendo in evidenza le contraddizioni di più generazioni. Non siamo più di fronte a timidi commentatori (oggi eliminano la distanza fisica “mettendoci la faccia”) che si divertono a scrivere messaggi provocatori ad un utente sprovveduto, ma a persone che conoscono una nuova audience fatta di un pubblico estremamente eterogeneo. Possono metterci di fronte alle mille finzioni che cerchiamo di evitare, mettendoci alla prova. Pena: essere derisi, o meglio “trollati”.
John Anderson ci propone e sottolinea la possibilità di un aspetto etico del troll il cui scopo sarebbe quello di provocare una reazione, non di colpire o danneggiare; lo scopo, secondo lui, è quello di disturbare e cercare di mettere in discussione lo status quo per farci riflettere e per fornirci un altro contesto o un’ altra prospettiva (cfr. Anderson, 2016).
Anche Hopckinson inoltre, ci ricorda che la pratica mette in discussione i valori delle identità collettive che si creano su internet, avendo però su queste anche effetti positivi: «Dato che le discussioni su internet sono una pratica sociale, il trolling naturalmente ha conseguenze per il discorso comunitario come un tutto. Entrambi – networks antagonisti o di supporto – possono essere creati come risultato del trolling; possono emergere alleanze ad hoc che possono eventualmente sviluppare networks sociali latenti. Il trolling è quindi – paradossalmente – non solo una forma distruttiva di comportamento; ha anche il potenziale di essere profondamente costruttivo, stimolando la costruzione comunitaria e rafforzando le identità di gruppo» (Hopckinson, 2013:24).
Allora potremmo chiederci se questo fenomeno, che può assumere, come abbiamo visto, forme differenti, può spingerci (anche involontariamente) a mettere in discussione le nostre categorie, a pensare criticamente e a non prendere ciò che internet e i nuovi mezzi di comunicazione ci offrono (soprattutto a livello contenutistico); può innescare una riflessione sul nostro modo di rapportarci alle cose (spesso pervaso da forme di ipocrisia); e, ancora, può mettere in discussione le nostre identità cercando – con un pizzico di autoironia – di spingerci a guardarci attorno con più spirito critico.
Possiamo, quindi, dire che, nonostante la forte ambivalenza, i troll possono fornirci ottimi strumenti per sviluppare capacità critiche, mettendosi in gioco in primo piano possono stimolarci a ridefinire il significato e il contenuto di ciò che guardiamo e ad approcciarci al mondo e alle cose con senso critico e capacità di discernere; possono permettere di tollerare il dissenso, scardinare posizioni di potere dominanti all’interno di una comunità, stimolare o rianimare le discussioni e la partecipazione informativa.

Camilla Tumidei

informazioni, contatti e articoli dell’autore a questo link

 

 

 

«Il trolling online è la pratica di comportarsi in modo ingannevole, fastidioso in ambienti sociali su internet senza apparente scopo strumentale». (Buckels E., Trapnell P. D., Paulhus D. L., 2014: 97); «Questa [è una] forma di comportamento attraverso cui, un partecipante, in un’arena di discussione, cerca di provocare deliberatamente altri partecipanti in reazione arrabbiate, quindi in una comunicazione fastidiosa sui forum, allontanandosi, eventualmente, dal tema originale» (Hopckinson, 2013: 5) – Traduzioni dell’autrice

Flaming è il termine comunemente usato dai partecipanti alle discussioni online per riferirsi alla pratica dell’insulto personale mirato agli altri commentatori

Il rovesciamento dei ruoli è paradossale: un tempo erano i troll ad essere considerati aggressivi e insopportabili, ma oggi l’anonimità garantita ai commentatori ha sospeso l’identità delle comunità e dei singoli creando un terreno fertile per attacchi personali molto forti, trasformando, in alcuni casi, il troll in una vittima. Gli aggressori si scatenano con insulti non capendo il meccanismo complesso che la figura innesca, così come il senso provocatorio e sarcastico del personaggio

Bibliografia

Buckels E., Trapnell P. D. e Paulhus D. L. (2014), Trolls just want to have fun, in Personality and Individual Differences, 67

Brilli S., (2016) Dal collasso dei contesti alle Trash Star: la serializzazione nella costruzione degli idoli ridicoli di YouTube Italia, in Mediascapes Journal, 7

Escartin M., C, (2015), Rogue Cops Among Rogues: Trolls and Trolling in Social Networking Sites, in Philippine Sociological Review, 63.

Hopckinson, C., (2013), Trolling in online discussion: from provocation to community-building, in Brno studies in English, 39, 1

Sitografia

Trolls just want to have fun; ricerca sulle caratteristiche psicologiche dei troll condotta da un team di studiosi canadesi : 
http://www.sciencedirect.com/science/article/pii/S0191886914000324

http://www.ilpost.it/2014/09/21/psicologia-troll/

Morin, O. and Claudel, S. (2009), Conversation hakers :  http://cognitionandculture.net/blog/oliviers-blog/conversation-hackers

Dacsdiaries, Il blog del Dottorato in Antropologia Culturale e Sociale dell’Università di Milano Bicocca :
https://dacsdiaries.blogspot.it/2017/03/je-suis-bello-figo.html

Anderson, J. (2016), Trolling Etiquette – Art of Ethical Trolling, Provoking for LOLs : https://hubpages.com/art/Trolling-Etiquette-Art-of-Ethical-Trolling-Provoking-for-LOLs

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