Suicidio giovanile: la nuova sfida educativa nell’era della liquidità

Secondo l’Istat, in Italia, 594 sono i ragazzi dai quindici ai trentaquattro anni che si sono tolti la vita perché non riuscivano più a sopravvivere. Giovanni, a Lavagna, che si butta dal balcone per 10 grammi di hashish; Michele, a Udine, che si toglie la vita perché – come sostengono i media – non sa più sopravvivere. Questi sono solo due dei suicidi di adolescenti che hanno riempito le pagine di cronaca delle ultime settimane.

Mario Pollo, docente di Pedagogia Generale e sociale presso l’università di Lusma, sostiene che questo dramma sia attribuibile alla “liquidità” della nostra società, che toglie lavoro e speranza ai giovani. Il termine “liquidità” o “società liquida” è attribuibile a Z. Bauman, che ha descritto l’attuale società post-moderna  definendola “fragile”: una società in cui, mancando ogni punto di riferimento, tutto si dissolve in una sorta di smarrimento di confini di significato. Si perde la certezza del diritto e le uniche soluzioni per l’individuo senza punti di riferimento sono l’apparire a tutti costi, l’apparire come valore e il consumismo. Si tratta, però, di un consumismo che non mira al possesso di oggetti di desiderio tramite cui appagarsi, ma che li rende subito obsoleti: il singolo passa da un consumo all’altro in una sorta di “bulimia” senza scopo. La modernità liquida – per dirla con le parole del sociologo polacco – è «la convinzione che il cambiamento è l’unica cosa permanente e che l’incertezza è l’unica certezza» (Z. Bauman 2012).

Il Professor Pollo sostiene che l’attuale modello societario abbia trasmesso ai giovani d’oggi messaggi sbagliati.  Nei ragazzi mancherebbe la percezione del realismo; essi infatti non sempre comprendono che alcuni desideri sono irrealizzabili e – abbandonati a se stessi – non arrivino a comprendere che spesso occorre adattarsi al limite. Secondo quest’ottica, l’adolescente, non viene educato a vivere nella debolezza: abbandonato a sé stesso, poi, si lascia coinvolgere in azioni trasgressive per sentirsi integrato nella società e nel gruppo dei pari. Si fa così strada l’idea secondo cui per sopravvivere sia neccesario fare uso di sostanze come alcool e cannabis o, diversamente, chiudersi in casa e utilizzare i social come strumento per apparire, comunicare ed integrarsi. In questo clima l’adolescente dimentica che il vero successo è essere se stessi con una propria identità. In questa società, quindi, passa il messaggio che tutti debbano essere conformi alle mode, ai costumi e alle tendenze post-moderne pena l’emarginazione e l’esclusione sociale.

Tra le sfide educative più ardue dei nostri giorni cui insegnati, genitori e educatori sono chiamati, vi è quella di educare i giovani a cercare la vera giovinezza. Diviene fondamentale – come sostiene  P. Marchionni – educarli al senso e dunque al rispetto e alla valorizzazione della vita. Se non si fa ciò, si finisce per impoverire l’esistenza di tutti,esponendo all’emarginazione coloro che vivono in una condizione di disagio: naturalmente, occorrono adulti contenti del dono dell’esistenza, nei quali non prevalga il cinismo, il calcolo o la ricerca del potere, della carriera o del divertimento.  È urgente – sottolinea P. R. Sindoni – imparare a guardare alla vita come valore originario, quindi come “realtà che vale”, meritevole di responsabilità e cura, anche quando appare attaccata e vilipesa, degradata a strumento mercificato, condannata a servire interessi economici e ideologici. Appare doveroso e giusto educare i giovani a essere responsabili anche per quello che non si è scelto, incoraggiandoli ad accettare con criticità e coraggio l’esistente, cogliendo e rispettando ogni sfera che inerisce alla vita umana nella coerenza, nella fedeltà e nella perseveranza dell’agire. Non è possibile far intravedere questo percorso senza una chiara consapevolezza del carattere relazionale dell’atto educativo, capace di riconoscere il valore dell’altro. All’interno di questo percorso di crescita diviene necessario educare il giovane a prendersi cura del proprio benessere psico-fisico. Non solo: come sostiene Maria Luisa Di Pietro, è fondamentale – all’interno delle varie fasi di sviluppo del bambino e dell’adolescente – la crescita del sentimento morale, come percezione del valore normativo delle scelte etiche, obiettivo cardine del percorso educativo di cui la famiglia rimane la prima e fondamentale fonte di riferimento. In questo percorso, infine, diviene importante educare alla sofferenza e al dolore, lasciandosi guidare dall’esperienza stessa. La sofferenza può divenire, quindi un’occasione di “condivisione” , confronto, possibilità di costruire rapporti e ponti con l’altro, di vicinanza; con l’aiuto di un professionista l’adolescente può essere aiutato in un percorso in cui non trattiene l’emozione negativa dentro di sé ma, prendendone consapevolezza, ne fa tesoro per esperienze future, fortificando anche le proprie capacità di resilienza. Come direbbe Rousseau, dunque, vogliamo o no, insegnare i giovani d’oggi a vivere?

Roberta Marseglia

Laureata in Scienze dell’Educazione presso l’Università Degli Studi di Bari A. Moro

Info e articoli dell’Autrice, qui.

 

Bibliografia

Liverani, P., I Quaderni di Scienza & Vita: Educare alla vita, n° 5, febbraio 2009;

Bauman, Z. (2015), Modernità liquida, Laterza Ed;

Bauman, Z. (2004), La nuova condizione umana, Vita & Pensiero Ed.;

Durkheim, E. (2007), Il suicidio. Studio di sociologia, Rizzoli;

Morin, E. (2015), Insegnare a vivere. Manifesto per cambiare l’educazione, C. Raffaello Ed.

 

Sitografia

http://agensir.it/italia/2017/02/23/suicidi-tra-adolescenti-il-sociologo-mario-pollo-educare-i-giovani-al-senso-del-limite/

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