Immigrati: il diritto alla diversità oltre lo scontro politico

A children walks as migrants rest after disembarking from the expedition vessel Phoenix in the Sicilian harbour of Augusta, Italy June 17, 2015. REUTERS/Antonio Parrinello

«Educatori non ci si improvvisa: servono competenze, professionali ed emotive, e soprattutto è doveroso ricordare che le migliaia di educatori che lavorano in Italia lo fanno in condizioni difficili» –

Con queste parole l’onorevole Vanna Iori, prima firmataria della legge che disciplina la professione degli educatori e dei pedagogisti – attualmente in discussione al Senato – risponde alle accuse di un noto esponente politico della Lega Nord, Matteo Salvini, il quale – in una recente affermazione – ha accusato gli educatori di lucrare su una delle emergenze educative più complesse del panorama socio-culturale italiano: il fenomeno dell’immigrazione. In realtà, la situazione che vige oggi in Italia, è molto diversa da quella che appare: gli educatori, per le loro competenze specifiche, sono operatori del sociale impegnati nei programmi di accoglienza ed integrazione degli immigrati. Tuttavia, gli stessi educatori interculturali sono gli ultimi destinatari e “beneficiari” di finanziamenti europei che stanno alla base di un complesso sistema di politiche statali sull’immigrazione. Essi inoltre lavorano in contesti difficoltosi e – spesso – ricevono una retribuzione poco adatta al loro impegno lavorativo. È lo Stato italiano che concerta le politiche dell’immigrazione: programma il flusso degli immigrati che arrivano per lavoro e, nel caso specifico dei cittadini stranieri che entrano in modo irregolare sulle coste italiane, essi sono accolti nei centri per l’immigrazione – i cosiddetti SPRAR- che si configurano come un sistema operativo di accoglienza per i migranti, che prevede diverse misure di assistenza, accompagnamento ed orientamento.

Negli ultimi decenni i processi migratori hanno modificato profondamente la struttura della società.  Nuclei di diverse nazionalità costruiscono un nuovo tessuto sociale intrecciato con storie, tradizioni e costumi provenienti da tutto il mondo. Una molteplicità di culture si incontrano, definiscono una nuova globalità e impongono una responsabilità educativa non solo legata all’inserimento scolastico dei minori stranieri, ma anche ad un impegno che consideri su larga scala il processo socio-culturale di accettazione e di integrazione. Nel corso degli anni si è venuto a delineare un modello di inclusione multiculturale, recepito in Italia in seguito alle direttive europee sull’immigrazione, il cui orientamento politico-educativo è nato da una visione pedagogica, confluita in un preciso filone di ricerca denominato Pedagogia Interculturale.  Nel lontano 1755, parlando della disuguaglianza tra gli uomini, è stato il filosofo  J.J. Rousseau ad introdurre il modello pedagogico basato sull’intersoggettività e sulla difesa delle specificità culturali. Secondo le  Scienze Pedagogiche, infatti, ogni migrante edifica la sua identità attraverso le esperienze. E la totalità di quelle esperienze che formano la storia di ciascuno fondano il punto di partenza dell’intervento educativo. L’educatore è quel professionista che, calandosi nella cultura dell’altro, rende possibili modificazioni cognitive realizzando un cambiamento culturale.

La finalità educativa propria della Pedagogia Interculturale riguarda il rispetto delle differenze che si origina a partire dalla conoscenza dell’altro; l’integrazione viene quindi considerata come un processo che si costruisce nel tempo all’interno della relazione educativa, attraverso l’accoglienza. Le stesse pratiche educative che riguardano l’alfabetizzazione, l’animazione, l’istruzione e la formazione non vengono svolte come semplici istruzioni lette da un manuale, ma sono definite giorno per giorno, tra dubbi e incertezze, tra presenza e assenza. All’interno del dibattito pedagogico si è venuto a delineare un modello ufficiale di prassi  educativa articolato sul paradigma accoglienza-integrazione-inclusione. La lunga riflessione è iniziata con la pratica sociale dell’accoglienza all’interno di un ambiente educativo non intenzionalmente predisposto,   caratterizzata essenzialmente dalla conoscenza astratta delle diversità culturali. Attraverso il processo di integrazione si è venuto a delineare, in un secondo momento, un atteggiamento di mediazione linguistica e culturale segnato soprattutto dalla necessità di facilitare l’inserimento dei migranti nei servizi e nelle scuole. Infine l’attenzione è stata allargata alle rappresentazioni cognitive delle comunità locali. Si è definito, in questo modo, il concetto di inclusione basato sul processo di cambiamento delle categorie cognitive, codificate nelle rappresentazioni culturali, attraverso l’apprendimento di nuovi significati condivisi, pensati e vissuti all’interno dell’ambiente educativo, tra affetti e relazioni sociali.

Ma in che modo è possibile applicare il paradigma educativo nei centri di accoglienza?  Proviamo a definire la specificità del ruolo dell’educatore attraverso tre fasi imprescindibili del fare pedagogico: l’osservazione, l’accoglienza e la stabilizzazione.

L’osservazione è un metodo di ricerca attraverso il quale l’educatore instaura un rapporto di interazione con il soggetto per individuare le modalità con cui l’immigrato si rapporta al contesto storico-sociale italiano. Rientrano in questa fase la raccolta dei dati necessari per avviare la compilazione di un progetto educativo, che riguardano le informazioni sulla cultura di appartenenza, sulla storia autobiografica, sulle motivazioni e sulle aspettative.

– L’accoglienza è una fase pedagogica finalizzata a facilitare l’inserimento sociale. Fondamentale è il ruolo dell’educatore, il quale si configura come un punto di riferimento costante e un contenitore simbolico di fiducia, di sicurezza e di incoraggiamento. In questa fase vengono inserite tutte le azioni educative di mediazione affettiva, di consulenza e di orientamento.  

– La stabilizzazione è una modalità di ricostruzione della nuova identità dell’immigrato definita dall’«ibridazione» delle due culture, quella italiana e quella di appartenenza. In questa fase rientrano le attività di animazione inter-culturale, di partecipazione sociale, le attività didattiche, di potenziamento cognitivo e di sostegno linguistico.

Tutte le pratiche educative che vengono messe in atto dagli educatori si inseriscono quindi nel modello teorico-pratico della Pedagogia Interculturale. Alla base dell’Intercultura vi è il principio pedagogico della «transitività cognitiva», ossia della capacità di far comprendere le differenze per interiorizzarle come valore e declinarle nelle diverse esperienze, attività e momenti condivisi. Questo processo viene applicato in entrambe le culture, straniera e italiana. Fondamentalmente l’educatore interculturale è colui che attua un percorso di interazione biunivoca in quanto non si limita solamente ad accogliere lo straniero attraverso la conoscenza delle sue abitudini, delle credenze, degli usi e dei costumi, ma si assume la responsabilità educativa di trasmettere anche le specificità culturali delle tradizioni italiane. È il caso, ad esempio, delle donne straniere che, abituate per tradizione culturale alla separazione dei sessi, hanno difficoltà a frequentare in Italia luoghi pubblici. Attraverso questo processo di costruzione di senso nasce la pratica dell’inclusione, la quale può sussistere solamente quando – anche  l’immigrato – riconosce e accetta i modelli sociali e i valori condivisi a livello locale. La strutturazione dei diversi livelli dell’Intercultura ha definito le coordinate di una società plurale attraverso il riconoscimento dell’incontro con l’altro, l’accoglienza delle molteplici identità e differenze, il rispetto delle reciproche culture, prima fra tutte quella autoctona. Il riferimento al sapere pedagogico è necessario anche al fine di  modificare atteggiamenti di chiusura e pregiudizi ancora radicati.  In una realtà difficile come quella attuale, dove non mancano episodi di razzismo verso coloro che “sbarcano” sulle coste, allontanandosi dalla loro patria, il ruolo dell’educatore – attraverso la mediazione multiculturale –  potrebbero contribuire a ridurre la distanza tra le differenze.

 

Angela Pellino

Informazioni, contatti e articoli dell’autrice a questo link

 

 

 

Bibliografia

Duccio D., Favaro G., (1992), Immigrazione e pedagogia Interculturale: bambini, adulti, comunità nel percorso di integrazione, La Nuova Italia, Scandicci

Favaro G.G., Luatti L., (2008), Il tempo dell’integrazione. I centri interculturali in Italia, Franco Angeli, Milano

Rousseau J. J., (1968), Il discorso sulle scienze e le arti; Il discorso sull’origine della ineguaglianza, Adriatica, Bari

Zinat L., (2014), Seconde generazioni. Una ricerca pedagogica, Edizioni ETS, Pisa.

Sitografia

http://www.interno.gov.it/it

http://www.vannaiori.it/2017/05/04/da-salvini-accuse-strumentali-agli-educatori-sullaccoglienza-ai-migranti/

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *