Quanto ci piace interagire! Desiderio o predisposizione naturale?

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Sin dalla nostra nascita, veniamo immersi in un contesto relazionale, in cui pensieri, emozioni e comportamenti altrui influenzano la nostra vita: l’affetto genitoriale, i vicini di casa, i compagni di scuola, gli amici, le relazioni amorose, i contatti di lavoro, ecc… Insomma, il nostro venire al mondo sancisce il contatto con altri individui con i quali condividiamo la nostra vita. Anzi, possiamo dire di essere in relazione con l’altro anche prima della nascita, in quanto gli studi1 dimostrano come già al quarto-quinto mese di gravidanza manifestiamo le prime forme emotive ed affettive di contatto e sia già attivo un nucleo psichico: un esempio è la sintonizzazione emotiva che si manifesta tra bambino e mamma, dove l’espressione motoria del feto collima con l’arousal2 materno.
La dimensione relazionale dell’uomo si manifesta in ogni ambito della vita e sia i comportamenti quanto le predisposizioni biologiche ce lo dimostrano. Quest’ultima affermazione può sembrare un po’ troppo azzardata, ma è ciò che Bowlby ha dimostrato nella “teoria dell’attaccamento” (Cfr. Perricone, Polizzi, Morales, 2015) ed è anche ciò che si evince da tutto il percorso evolutivo filogenetico (della specie umana) ed ontogenetico (individuale).
Bowlby parla di una tendenza biologica fra bambino e caregiver, ovvero la figura che si prende cura del bambino stesso, ad instaurare questo particolare tipo di relazione, una relazione profonda, attiva e reciproca. Lo psichiatra britannico presuppone che i comportamenti di attaccamento messi in atto dal bambino facciano parte di una predisposizione innata, tipica della specie umana, a mantenere la vicinanza e la prossimità con il caregiver.

La funzionalità dell’attaccamento, però, non si basa soltanto sulla regolazione dell’attivazione emotiva e sulla corrispondenza dei bisogni, ma ha altre funzioni che possiamo definire propedeutiche, che preparano il terreno alla vita relazionale futura: mi riferisco, nello specifico, ai MOI (modelli operativi interni) e alla mentalizzazione. I MOI sono pattern specifici di comportamento che il bambino interiorizza a seguito della relazione di attaccamento e che successivamente costituiranno la base per le relazioni future, tanto che si parla della messa in atto dei modelli operativi interni, cioè la riproposizione degli schemi di comportamento che hanno caratterizzato la relazione con il caregiver (Cfr. Bowlby, 1980). La mentalizzazione, invece, sottolinea la capacità di attribuire stati mentali (desideri, credenze, intenzioni) agli altri (Fonagy et al., 2002), ovvero ad interpretare il comportamento degli altri in termini di propositi, obiettivi, capacità che, vista insieme alla capacità di decifrare le emozioni altrui, ci permette di modificare ed adattare il nostro comportamento (Cfr G. Perricone, C. Polizzi, M.R. Morales, 2015). Questo mette in luce che abilità quali la mentalizzazione e la social referencing non siano centrali in sé, ma lo diventano se presupponiamo la loro funzione relazionale e sociale.

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Se questo è uno dei tanti contributi che la psicologia dello sviluppo ci dà circa questa tematica, altrettanto importanti sono i contributi che riscontriamo in altre branche specifiche della psicologia.
La psicologia sociale, insieme alla psicologia evoluzionistica, ci consegna un’altra prova circa la centralità della relazionalità nell’uomo. Nei termini del comportamento altruistico e prosociale, essa ha permesso al genere umano di evolversi. Accanto a tutti i modelli per la spiegazione del comportamento altruistico, dove in alcuni si presuppone anche, paradossalmente, l’origine egoistica, vi sono delle teorie che ci parlano dell’altruismo come uno dei fattori evolutivi della specie. Oltre alla tesi dei “geni egoisti”3 di Dawkins, Darwin sottolinea come, se mai siano esistiti gli equilibri di non cooperazione nel corso di tutto il cammino evolutivo, questi si sono estinti a causa dei conflitti, mentre i gruppi cooperativi, in cui, quindi, si sono instaurate relazioni (in questo caso di reciproco aiuto), presentavano performances più efficienti. Pertanto, anche la storia evolutiva dimostra come la relazionalità rappresenti un fattore determinante a discapito di atteggiamenti egoistici.
Un contributo decisivo sull’importanza delle relazioni ci proviene dalla psicologia clinica e, nello specifico, riguardo il trauma e la natura relazionale del colloquio clinico. Il concetto di trauma psichico rappresenta un tema centrale nel contesto clinico e dell’origine dei disturbi della personalità. Se facessimo una rassegna della letteratura al riguardo, vedremmo come acceso sia stato il dibattito tra chi ha dato importanza al ruolo della realtà interna e chi al ruolo di quella esterna. Diversi autori, tra cui lo stesso Bowlby, hanno permesso di puntare il focus sui contesti relazionali precoci ed infantili nella genesi di molti disturbi della personalità. Ora assumono valori traumatici non solo gli abusi o eventi improvvisi di forte intensità, ma anche le forme di perdita precoce e l’incapacità da parte dei caregivers di prendersi cura e di sostenere i figli. Si sottolinea l’importanza di ciò che chiamiamo “trauma cumulativo” e ciò che Bessel van der Kolk chiama “atmosfera traumatica”. In altre parole, i «fallimenti della madre nell’adattarsi ai bisogni del bambino che, accumulandosi “silenziosamente e invisibilmente nel corso del tempo”, determinano il trauma “solo cumulativamente e retrospettivamente. In questo caso, traumatici non sarebbero tanto i singoli fallimenti della madre (o, diremmo oggi, del caregiver), ma la loro frequente e regolare ripetizione nel tempo […] che il bambino non riesce a gestire”» (V. Lingiardi, F. Gazzillo, 2014:106). Pertanto, le pressioni che il bambino subirebbe nel contesto relazionale familiare hanno la stessa portata dei traumi improvvisi. Anzi, essi risultano essere più insidiosi di questi ultimi, in quanto viene a mancare una base di sostegno, aiuto e contenimento. In parole povere, la distanza emotiva e il mal accudimento determinano effetti a lungo andare sulla personalità del bambino e del futuro adulto. Ora, se le esperienze relazionali possono anche risultare traumatiche, esse rivestono un ruolo fondamentale nel trattamento dei disturbi e nel sostegno. Non a caso, il colloquio psicologico porta in sé la dimensione relazionale umana. Lo psicologo costruisce relazioni. In queste semplici parole è racchiusa l’essenza del lavoro psicologico: il contesto di aiuto si costruisce tramite la relazionalità in tutte le sue sfumature. Psicologo e paziente collaborano e lavorano nella prospettiva di un obiettivo comune, ovvero il benessere, un obiettivo che presuppone la collaborazione e la fiducia; insomma, presuppone la relazione, che nel contesto psicologico è una relazione dinamica a 360o dove passato e presente vengono messi in luce e donati.

Per concludere, possiamo affermare, attraverso questo breve excursus, che la dimensione relazionale è non tanto centrale, importante, ma addirittura vitale: le relazioni influenzano la nostra vita e, così come possono avere un effetto distruttivo e nocivo, esse hanno il potere di guarirci e promuovere il nostro benessere psichico. Il contributo su questo tema non è stato dato soltanto dalla psicologia, ma anche dall’antropologia, dalla pedagogia, dalla sociologia e, prima di tutti, dalla filosofia (“l’uomo come animale sociale”). Tutte queste discipline hanno permesso la comprensione della forza della relazione, mettendo in luce come l’uomo sia essenzialmente un essere relazionale.

Carmelo Pacino

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1Si veda ad esempio Murooka, 1974; De Casper, Sigafoos, 1983 e Kisilevsky, Muir, 1991.

2Arousal, letteralmente significa “eccitazione” e in neuroscienze indica uno stato generale di attivazione, eccitazione caratterizzato da un maggiore stato di vigilanza.

3La tesi dei “geni egoisti” ci dice che la nostra tendenza a cooperare sia genetica, in quanto, in tempi remoti, le piccole tribù erano formate da individui imparentati fra loro e le nostre predisposizioni genetiche ci impongono di aiutare i consanguinei.

 

Bibliografia

S. Boca, C. Scaffidi Abbate (a cura di), Altruismo e comportamento prosociale. Temi e prospettive a confronto, Franco Angeli, 2011.

S. Boca, P. Bocchiaro, C. Scaffidi Abbate, Introduzione alla psicologia sociale, Mulino, Bologna, 2010.

G. Perricone, C. Polizzi, M.R. Morales, Corso di psicologia dello sviluppo e dell’educazione con elementi di psicologia pediatrica, McGraw-Hill, Milano, 2015.

V. Lingiardi, F. Gazzillo (a cura di), La personalità e i suoi disturbi. Valutazione clinica e diagnosi al servizio del trattamento, Raffaello Cortina Editore, Milano, 2014.

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