La mutazione della Lega: dal “tribalismo” padano alla svolta nazionalista

Le elezioni del 4 marzo 2018 in Italia hanno segnato sicuramente un momento importante nel panorama politico nazionale. A trionfare, infatti, sono stati i due movimenti politici cosiddetti “anti-sistema”, ovvero il Movimento 5 Stelle guidato da Luigi Di Maio e la Lega di Matteo Salvini.
Il risultato della Lega è oltremodo sorprendente se messo in relazione a quello ottenuto dagli altri partiti dell’alleanza di centrodestra, Forza Italia e Fratelli d’Italia, largamente superati in termini elettorali.

Ma cosa ha permesso alla Lega, movimento in origine di ispirazione regionalista, federalista e indipendentista, di ottenere un così ampio consenso in tutta Italia, riuscendo a diventare un partito ad ampia vocazione nazionale?

Sin dalle sue origini, nei primi anni 90, la Lega, come detto, si identifica come un movimento federalista e indipendentista. Grazie alla visione politica di Umberto Bossi, il quale ne è stato segretario per oltre 20 anni, essa intende tutelare gli interessi di una macro-area regionale dell’Italia settentrionale, denominata significativamente “Padania”, tramite richieste che oscillano dalla devolution all’autonomia regionale, dal federalismo alla secessione dallo Stato italiano.
In questo senso, la Lega di Bossi introduce una nuova dimensione politica, che non solo si distingue dalle precedenti, ma agisce anche su un piano diverso, cioè quello etnico. Si tratta di un fenomeno politico, quanto storico e culturale. La caduta del Muro di Berlino e la fine delle grandi narrazioni del Novecento, come il comunismo e il socialismo, associato all’espansione della globalizzazione, che ha indebolito il sistema capitalistico tradizionale e territoriale e ha messo in crisi anche lo Stato-nazione, sono tra le cause che hanno condotto all’emergere di localismi e particolarismi di vario genere. Su questo scenario, in un’Italia che ancora stentava a pensarsi davvero come nazione e che non è mai stata in grado di fare i conti con il proprio passato, Bossi e i suoi lanciano l’opzione etnica come forma di novità e di resistenza [Aime, 2012:VII].

In effetti, sembra che in un mondo sempre più globalizzato e interconnesso, dominato dalla paura dell’omologazione e della scomparsa di ogni specificità, «una cosa che non sta accadendo è la scomparsa dei confini» [Friedman, 1999:241]. Anzi, si può dire che ne sorgano sempre di nuovi. Confini come quelli proposti dalla Lega, ovvero confini etnici in contrapposizione ai confini nazionali, confini che delimiterebbero un territorio abitato da gruppi umani i quali si rifanno ad antenati atavici, provenienti dal Nord e orgogliosi dei propri costumi e delle proprie tradizioni. «Connettendosi a un immaginario che fonde storia, mitologia e folclore in modo assolutamente arbitrario e originale, la Lega ha prodotto una nuova forma di nazionalismo, basato su un’identità di tipo etnico, quella padana, frutto di un’invenzione, come però è frutto di invenzione gran parte delle identità etniche o nazionali» [Aime, 2012:VII]. È quello che si può definire «etno-nazionalismo» [Connor, 1995] della Lega, il nazionalismo su base etnica, ovvero la concezione ideologico-politica secondo cui è l’etnicità a costituire il criterio fondante della nazione. Tale rappresentazione etnica del nazionalismo si fonda sui valori di identità, radici, tradizione, caratteri che fanno della Lega un fenomeno con forti richiami a forme di fondamentalismo culturale e identitario. Alla base della politica leghista, infatti, si potrebbe riconoscere quella che Remotti (2010) definisce «ossessione identitaria», cioè la necessità di costruire un’identità culturale pura, integra, che è di per sé escludente e può portare a forme di xenofobia o, addirittura, di razzismo.

Tutto ciò è ben messo in evidenza da Marco Aime, il quale tenta di spiegare antropologicamente la politica popolare e populista della Lega. L’antropologo italiano analizza le retoriche che accompagnano la costruzione dell’immaginario leghista riscontrandovi un continuo oscillare tra concezioni vecchie spacciate per novità e, viceversa, elementi nuovi presentati come tradizionali. L’attacco alla nazione in favore di realtà etniche o tribali, in questo senso, non è un ritorno al passato, ma è un segno della nostra modernità, indica quella che può essere definita la «balcanizzazione globalizzata» [Amselle, 2001] nella quale viviamo. Una situazione di crescente etnicizzazione della società che produce un ritorno a forme di “tribalismo”.
Il concetto di tribalismo, utilizzato di frequente per indicare gruppi sociali con una forte identità culturale, che li unisce ai propri simili e li separa da altri gruppi, può ben essere adoperato per spiegare la nascita in tutta Europa di localismi di carattere etnico costruiti sulla base del legame tra terra e sangue, sul principio dell’autoctonia e sull’appartenenza culturale.
Aime, infatti, adopera il termine tribù sulla base di quanto affermato da Nadel (1947), il quale la definisce come «un’unità sociale i cui membri affermano di appartenere a un’unità sociale», rivelando così la dinamicità e la precarietà dei confini, persino quelli definiti su base culturale o linguistica. Se, come sostiene ancora Nadel, un gruppo etnico non può mai essere definito in maniera oggettiva, e dunque sarebbe il “progetto” a fare la tribù, la Lega allora, nel costruirsi e nel riconoscersi, anche se in maniera arbitraria, come una “comunità” culturale omogenea, con una storia ben determinata e una forte identità, si presta bene alla rappresentazione di una tribù della postmodernità. Il «tribalismo padano», quindi, si caratterizza per essere il prodotto di una forma ideologica di “etno-nazionalismo”, o più specificatamente, di “etno-regionalismo”.

Il nuovo leader della Lega, Matteo Salvini, adotta sin da subito una narrazione politica che se da una parte riprende quasi ampiamente la retorica populista tipica della prima Lega, dall’altra l’amplifica, la estende con abilità oltre i confini della Padania, e in qualche molto la ribalta.
A ben vedere, Salvini continua ad agire anch’egli sul piano del discorso etnico, ma con una sostanziale differenza rispetto al precedente segretario Bossi. Non a caso, il leader leghista smette di adoperare un lessico che associa la Lega limitatamente alla sola Padania o ai territori del Nord Italia. L’intendo è quello di trasformare la Lega in un partito a forti caratteri e aspirazioni nazionaliste. Per farlo, Salvini mette in atto una ridefinizione culturale dei concetti di “confine”, “identità”, “tradizione”, riposizionandoli su un piano del tutto differente rispetto al passato leghista.
In questo senso, intraprendendo la strada dell’antieuropeismo, il neo segretario sposa appieno il nazionalismo, ideologia fino ad allora completamente estranea alla Lega. Ed è qui che avviene la vera svolta rivoluzionaria rispetto ai suoi predecessori. Assieme alle posizioni antieuropeiste, infatti, Salvini comincia a parlare apertamente di difesa dei confini nazionali e dei diritti sociali degli italiani, di welfare per soli italiani, di famiglia tradizionale e di identità nazionale e cristiana. Lo slogan «Prima il Nord!» viene col tempo sostituito dallo slogan «Prima gli Italiani!». Le mire secessionistiche e indipendentiste spariscono lentamente dal programma politico leghista per lasciare il posto all’emergere di posizioni, seppur federaliste, ma a forti tinte nazionalistiche.

La spinta nazionalista di Salvini esige a sua volta un cambio di paradigma nell’individuazione dello straniero contro cui indirizzare le colpe della crisi economica e dell’insicurezza sociale. Il grande nemico da osteggiare non sono più i meridionali, i popoli del Sud Italia, bensì i rom, i migranti, in particolare le comunità islamiche e gli immigrati irregolari. Le nuove parole d’ordine diventano «stop immigrazione!» e «difesa dall’invasione», attraverso posizioni sempre più esplicitamente xenofobe e razziste che hanno trovato il favore naturale dei partiti di estrema destra.
Mutano quindi i confini materiali e immateriali entro cui si muove la retorica populista di Salvini, che non sono più quelli dell’etno-regionalismo, bensì quelli del nazionalismo a carattere identitario, fatto del tutto nuovo per la Lega. La ricerca e la difesa di radici comuni e di un’identità arbitraria, in effetti, non avviene più sul piano della tradizione regionale padana e federalista, bensì su quello nazionale e unitario. La Lega, in pratica, si erge a nuova paladina della difesa dell’identità e dei confini nazionali, contro il potere dell’eurocrazia e il fantomatico pericolo dei migranti.

Si può allora sostenere che alla base dell’exploit della Lega di Salvini alle ultime elezioni vi è appunto tale svolta in senso nazionalista del nuovo segretario, una sorta di “trasformismo” che ha permesso di estendere il proprio elettorato su tutto il territorio nazionale. Un mutamento dal profondo della concezione ideologico-politica del partito leghista che conduce, in definitiva, dal “secessionismo comunitarista” caratteristico dell’etno-regionalismo e dell’etno-nazionalismo padano, al “nazionalismo” in senso strettamente identitario e sovranista.
L’ampio consenso ottenuto negli ultimi anni dalla Lega, dunque, può essere spiegato attraverso il “declino del sociale”. La fine degli ideali universalisti, in questo senso, ha portato alla frammentazione delle identità che, in un mondo sempre più interconnesso e multiculturale, diventano vere e proprie nicchie di difesa. L’identità individuale, icona della postmodernità, necessita a sua volta di nuovi idoli, nuovi miti, nuovi attori in grado di sostenere individui resi fragili dalla scomparsa delle strutture collettive di aggregazione sociale. Come sostiene Jean-Loup Amselle (2012), l’individuo, la cultura e il ritorno alle origini diventano allora le parole d’ordine della postmodernità globalizzata. La fine della società della crescita, in sostanza, genera il bisogno di riconoscersi in nuove ideologie e nuovi valori che vanno ricercati nelle risorse dell’individuo, in particolare in quelle identitarie, culturali e psichiche. Questi sono i fattori principali che hanno determinato la formazione di nuove modalità di costruzione identitaria, dal quale emergono le contemporanee forme di localismo, tribalismo e nazionalismo, che restano pur sempre il prodotto di scelte individuali di identificazione riunite arbitrariamente e temporaneamente in insiemi collettivi, al solo scopo di soddisfare precisi interessi politici.

Francesco David

Bibliografia

Aime, M., (2012), Verdi tribù del Nord. La Lega vista da un antropologo, Laterza, Roma-Bari

Amselle, J., L., (2001), Connessioni. Antropologia dell’universalità delle culture, Bollati Boringhieri, Torino

Amselle, J., L., (2012), Contro il primitivismo, Bollati Boringhieri, Torino

Connor, W., (1995), Etnonazionalismo, Edizioni Dedalo, Bari

Friedman, J., (1999), “The Hybridization of Roots and the Abhorrence of the Bush”, in Featherstone M., & Lash, S., (eds), Spaces of Cultures, Sage, London

Nadel, S., F., (1947), The Nuba. An anthropological Study of the Hill tribes of Kordofan, Oxford University Press, Oxford

Remotti, F., (2010), L’ossessione identitaria, Laterza, Roma-Bari

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