Esci da questo corpo. Una riflessione sulla possessione demoniaca

«Sara, sin dall’inizio dell’esorcismo, è scivolata per terra, gambe unite e braccia aperte, don Amorth è alla sua sinistra, seduto; accanto a lui un giovane sacerdote prega con il rosario in mano […]. Lei emette un suono gutturale e un paio di suoni secchi, brevi, sibilanti, che accompagnano movimenti del bacino verso l’alto mentre don Amorth recita le formule in latino […] Sara ha conati, alza la testa per emettere qualcosa dalla bocca sorretta dal sacerdote che continua a pregare; i suoi occhi sono rivoltati verso l’alto» [Talamonti, 2005:11]. La scena descritta da Adelina Talamonti, nel suo testo La carne convulsiva, per quanto forte, non è di certo estranea all’immaginario collettivo essendo effettivamente una ricostruzione molto simile a ciò che viene mostrato in molti film che trattano il tema, tra i quali il più famoso L’esorcista, del 1973, o i più recenti The exorcism of Emily Rose, del 2005 e Il Rito, del 2011 (con Anthony Hopkins nelle vesti di un sacerdote esorcista). Hollywood negli anni non è stata avara regalandoci tantissimi altri esempi rendendo il tema sempre più mainstream e contribuendo fortemente a renderlo uno stereotipo.

Nonostante la scienza consideri la possessione diabolica fondamentalmente come una forma schizoide, tale patologia andrebbe innanzitutto inquadrata storicamente e messa in relazione con il contesto religioso d’appartenenza. Può risultare di notevole importanza attuare subito una distinzione fra possessione e satanismo, «non tutte le persone disturbate dal demonio sono passate dal satanismo e non tutti i satanisti sperimentano fenomeni di possessione diabolica» [Introvigne, in Biunno, 2004:147]. Si potrebbe affermare che il satanista è colui che cerca il diavolo, mentre il posseduto è colui che viene trovato da lui. La possessione diabolica è solo una delle forme di azione malefica, forse la più eccessiva di un insieme più vasto (cfr. De Certeau, 2002), «questi fenomeni esistono da tempi immemorabili, ma a essi si attribuisce un significato diverso a seconda delle tradizioni e delle culture» [ivi, p.11] comparendo e ricomparendo laddove esista un fondo culturale impregnato di religiosità che indirizzi la percezione stessa. La possessione diabolica è innanzitutto un evento culturale legato alle credenze del soggetto e dell’ambiente in cui vive: «ogni presunto episodio di possessione demoniaca rispecchia esattamente le caratteristiche culturali e l’insieme di credenze tipiche dell’ambiente in cui si manifesta» [Biunno, 2004:152]. 

Come afferma il Codice di Diritto Canonico è determinante accertarsi, prima di celebrare l’esorcismo, che i sintomi siano causati “effettivamente” dall’azione diabolica e non da una malattia. Uno psichiatra deve verificare che non vi siano casi di depressione in famiglia, che non vi sia abuso di sostanze allucinogene e che nel vissuto di una persona non vi siano fatti psicotraumatici tali da segnare la personalità. La “verità” o la “falsità” della possessione è inquadrata soprattutto negli “aspetti teatrali” che caratterizzano il comportamento del posseduto, che si prestano a letture diverse e spesso contrapposte. Il dibattito prende forma soprattutto con l’apertura verso una prospettiva scientifica (medica) che si è andata affermando nel tempo; un esempio famoso è l’opera del neurologo cattolico Lhermitte, Veri e falsi ossessi, del 1956, all’interno del quale, rifacendosi alla letteratura classica sull’isteria, ragiona intorno ad un quadro clinico che porti all’esclusione di motivazioni non-naturali. Lhermitte fa più volte riferimento alla simulazione in relazione all’isterismo, sostenendo che le manifestazioni di tale patologia non possono più essere considerate oggi come il prodotto di una «simulazione volontariamente consentita» [Lhermitte, 1957:155] nonostante l’esistenza dello stato psicologico della mitomania (la tendenza alla creazione di romanzi completamente staccati dalla realtà), connesso alla patologia e in cui non vi è una mistificazione volontaria [cfr. Talmonti, 2005]. Prima del neurologo anche un esorcista parigino, padre Joseph de Tonquédec, aveva già tentato di collocare all’interno della categoria della nevrosi e della psicosi gran parte delle manifestazioni ritenute diaboliche. Il sacerdote tentò inoltre di mettere in guardia dai pericoli di un eccessivo ricorso (non adeguatamente ponderato) all’esorcismo in quanto avente un certo potere suggestivo, contraddicendo l’idea generale del tempo che “un esorcismo può non far bene ma comunque non può far male”; al contrario, secondo Tonquédec esso può agire molto efficacemente sull’inconscio di un malato, laddove ci sia uno stato psichico debilitato, «se si chiama il diavolo lo si vedrà: non lui ma il suo ritratto composto secondo le idee che il malato si fa di lui» [Tonquédec, in Talamonti, 2005:123].

«Il termine esorcismo per la chiesa cattolica designa lo scongiuro, il comando, fatto in nome di Dio per liberare luoghi, cose o persone dal demonio» [Talamonti, 2005:108]. Rientra nei cosiddetti Riti Sacramentali (o benedizioni) occasionali, istituiti dalla Sede Apostolica al fine di ottenere benefici spirituali. Le disposizioni per l’esorcismo sono attualmente contenute nel Codice di Diritto Canonico ed è il vescovo che concede il mandato ad un sacerdote per compiere il rito. L’esorcismo può essere considerato come un dispositivo simbolico in grado di costruire ritualmente la figura del posseduto [Ibidem]. «Si tratta di un processo che si svolge nel tempo, in cui il comportamento della persona esorcizzata si modifica nel corso dei mesi o degli anni. Queste variazioni si collocano però in un quadro relativamente stabile di azioni, gesti, parole, formule e preghiere che caratterizzano il rito in quanto tale» [Ivi, p.139]. La religione cattolica si avvale ai fini della riuscita di operatori simbolici che prima di essere strumenti terapeutici volti alla liberazione dal male appaiono come i veri mezzi della costruzione della possessione stessa inducendo una serie di reazioni comportamentali che corrispondono allo stereotipo culturalmente condiviso dell’indemoniato. Ovviamente la relazione tra il rito e i comportamenti in risposta non va intesa come un rapporto automatico di causa-effetto, esistono infatti variazioni personali e la possibilità per l’esorcista di una certa libertà nella manipolazione [Ibidem]. Le azioni rituali diventano efficaci quando l’esorcizzato assume effettivamente il ruolo di posseduto.

E le personalità manifestate dal posseduto? I diversi casi di personalità alterne, possono essere accomunati dal fenomeno della depersonalizzazione1. P. Janet parlava inizialmente di «disaggregazione» [Gamna, 1999], intendendo un processo di sgretolamento e divisione della personalità unica dell’individuo. L’autore mise in discussione l’idea dell’unità dell’individuo e della sua coscienza, invitando a pensare in termini di molteplicità e divisione. Successivamente W. James sostituì il termine disaggregazione con «dissociazione», sottolineando la “qualità” della divisione: il soggetto malato proverebbe in questo stato sensazioni nuove ed angosciose, non in grado di interpretare in maniera adeguata perché sentite estranee a lui stesso. È a questo punto che il soggetto può arrivare ad affermare “io sono un altro” [Ibidem]. Janet, partendo dallo studio degli stati indotti dall’ipnosi, ha individuato la possibilità che in determinati soggetti, o in determinati stati, si possano sviluppare una o più personalità all’interno dello stesso individuo, completamente autonome e diversificate in grado di agire senza sosta, in maniera totalmente indipendente, intelligente e coordinata. Il paziente si vede compiere azioni contro la propria volontà pertanto, come sostiene lo stesso Janet, non è strano che il soggetto possa ritenersi posseduto o perseguitato da un demone che abita dentro di lui.

È necessario definire (dare un nome a) la seconda personalità presente nel soggetto, prima di poter iniziare qualunque percorso terapeutico. La nominazione rende ogni esperienza più facile da realizzare perché la nuova personalità acquista caratteristiche meglio definite ed esprime maggiormente le sue peculiarità psicologiche [cfr. Janet, 1996]. Questo processo ci porta immediatamente a pensare alla formula esorcistica che ci viene mostrata dai media o che possiamo leggere nei trattati e nei documenti specialistici: l’esorcista durante il rito chiede all’entità di presentarsi. Roberto Beneduce, in Modelli di efficacia terapeutica nei sistemi medici tradizionali (1995), afferma che la nominazione dello spirito possessore rappresenta un atto decisivo perché attraverso questo procedimento entra in gioco la polarità fra l’istanza persecutoria sconosciuta, ignota, informe, da una parte, e il gruppo delle entità note, che possiedono un nome e sono appartenenti alla cultura nonché condivise da tutti i membri della comunità.

Milioni di uomini, per mezzo della loro fede e delle loro credenze, riescono a mantenere in vita istituzioni arcaiche [cfr. Albergamo, 1967], non solo, l’uomo moderno spesso deride le superstizioni ma allo stesso tempo rischia di cadere in una duplice contraddizione che si manifesta nell’interpretazione che può essere data alla malattia: scientifico-medica da una parte e magico-religiosa dall’altra, quest’ultima caratterizzata soprattutto dalla medicina cosiddetta alternativa, popolare, tradizionale e famigliare, che risulta pertanto essere rassicurante [cfr. Lanternari, 1994]. La possessione è l’espressione di un insieme di meccanismi psicologici e culturali che permetterebbe in pratica una donazione di senso e significato alla sofferenza di cui l’individuo è portatore, ma di cui non riesce a comprenderne linguaggio e simboli, sarebbe cioè la traduzione su un piano conosciuto di qualche cosa di sconosciuto e per questo fortemente angosciante. Laddove la medicina ufficiale risulti assente la religione, in alcuni contesti, riuscirebbe a polarizzare su di sé le attenzioni emotive del malato.

Bettati Dario

Info

 

 

 

La prima definizione di depersonalizzazione risale al 1914 ed è stata formulata da P. Schilder, secondo il quale la depersonalizzazione è una condizione in cui l’individuo si sente totalmente cambiato rispetto alla sua condizione di partenza. Secondo K. Jaspers la depersonalizzazione appartiene alla sfera dell’Io e avviene nel momento in cui gli elementi che rendono lo psichismo personale (ossia percezioni, ricordi, rappresentazioni e sentimenti) sono accompagnati dalla sensazione di non appartenere all’individuo.

Bibliografia

Albergamo F., Fenomenologia della superstizione, Roma, Editori Riuniti, 1967

Biunno, E., “Una ricerca sulla possessione diabolica”, in Psychofenia, vol. VII, n.11, 2004

De Certeau, M., La lanterna del diavolo. Cinema e possessione, Medusa, 2002

Gamna G., La vita e il suo doppio, Edizioni SEB 27 Torino, 1999

Janet, P., Disaggregazione, spiritismo e doppie personalità, Sensibili alle foglie, Roma, 1996

Lanternari V., Medicina, Magia, Religioni, Valori, Napoli, Liguori Editore, 1994

Lhermitte, J., Veri e falsi ossessi, Edizioni Paoline, Vicenza, 1957

Scafoglio, D., De Luna, S., La possessione diabolica, Ed. Avagliano, Napoli, 2000

Talamonti, A., La carne convulsiva. Etnografia dell’esorcismo, Liguori, 2005

Talamonti, A., “Dissociazione psichica e possessione. Note su De Martino e Janet”, in Fabietti, U., Antropologia – La possessione, n.1, Meltemi, Roma, 2001

Young, F., A History of Exorcism in Catholic Christianity, Palagrave Macmillan, Cambridge, 2016

 

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