Se guardi un film non sei più quello di prima!


Prima di iniziare a leggere, provate a guardare questo spezzone del film Radiofreccia (1998) e intanto chiedetevi: che cosa mi attira? Su che cosa focalizzo la mia attenzione? Che cosa mi resta?

Lasciando per un momento quanto sperimentato alla riflessione personale (o al confronto con qualcuno), proviamo a chiederci in che modo la visione di un film può diventare uno strumento di (auto) formazione.

Che cosa vediamo e che cosa succede guardando un film?

Andando al cinema con degli amici, quante volte è capitato di avere delle idee contrastanti? Di aver apprezzato il film come uno dei più memorabili mentre il nostro più caro amico ha fatto molta fatica a rimanere attento. Perché? Cosa avviene mentre assistiamo a una proiezione?

Possiamo subito dire che ogni film si distingue per il contenuto proposto, per una parte estetica (ambientazione, musica di sottofondo) e per il sentimento che suscita nell’osservatore.

Già mettendo in luce questi elementi, si può cogliere come ogni spettatore si formerà un’idea, differente da ciascun altro, e avrà dunque un’opinione personale rispetto a quanto visto. Non siamo, in questo senso, macchine che assimilano passivamente il pensiero e l’intento del regista; quest’ultimo avrà avuto un piano specifico – unico di trama e immagini – ma nel momento che esso incontra lo sguardo dello spettatore, questa unicità viene superata. Possiamo infatti dire che il cinema è ciò che accade, è la relazione che si instaura tra la proiezione e lo spettatore a rendere differente la visione, ad aprire nuove forme non pensabili a priori durante la fase di realizzazione.  

Qual è allora la relazione tra cinema e spettatore?

Non c’è dunque una mera assimilazione del contenuto esterno, ma assistere alla visione di un film significa sperimentare in forma visibile quella che Bachtin (Bachtin, 1988) chiama trasgredienza dell’opera. Con essa si evidenzia il superamento e l’autonomia del testo rispetto al creatore, e si apre uno spazio ulteriore tra lo spettatore e il film. «In questa separazione nasce e si sviluppa la potenzialità plastica del gesto estetico, in uno spazio dialogico (…). La trama si pone, quindi, da principio, come invito e via via come accompagnamento e infine come dialogo che intrattiene opera, autore, e spettatore in un nesso produttivo di interrogazioni e domande, nella danza di un innocente ma fertile complotto». (Mancino, 2009, p.30). È in questo spazio dialogico che la visione si trasforma in un’esperienza per lo spettatore, e le immagini cinematografiche diventano quindi una possibilità in cui il soggetto può rendere visibile i propri pensieri e scoprire aspetti e questioni personali. Si apre così un’occasione per porsi domande e interrogare i propri schemi di significato (Mezirow, 2018) ed è in questo senso che il cinema può essere considerato uno strumento formativo.

Ma la sola visione di un film è sufficiente per essere considerata un’esperienza formativa?

Ci viene in aiuto John Dewey – un importante filosofo e pedagogista del XX secolo – che ci ricorda che una sola attività, se non è accompagnata da una riflessione, non costituisce un’esperienza significativa per il soggetto (Dewey, 1938). In questo senso è allora utile – se vogliamo utilizzare un film come strumento di formazione – predisporre dei momenti riflessivi successivi alla visione.

Esistono svariate modalità per la strutturazione di spazi riflessivi, sia creati per un lavoro con un gruppo sia individualmente, e la scelta sarà dettata a seconda del contesto e dell’esperienza che si vuole favorire.

Una tra le tante possibilità è quella della scrittura, che potrà essere guidata da domande o lasciata libera. Le immagini prima e le parole poi, diventano così un’occasione in cui ciascuno può rendere visibile ciò che apparentemente è invisibile e consente anche di tenere traccia di quanto scritto in quel determinato momento. In questo senso, è importante sottolineare che la scrittura permette quella che Duccio Demetrio chiama bilocazione cognitiva (Demetrio, 1996) ovvero la possibilità di distanziarsi da sé, come se si stesse guardando e ragionando sulla vita di un’altra persona, vedendo dunque quanto scritto come una rappresentazione di se stessi. Ciò può diventare una risorsa in quanto, da una parte possiamo dar voce e concretezza alle nostre idee e alle nostre sensazioni, e dall’altra – a posteriori – possiamo riguardarci e scoprire quelli che erano i nostri pensieri in quel momento.

Scrivere – dopo la visione di un film – e poi rileggere quanto segnato permetterà di guardare nuovamente se stessi e i propri pensieri, come se si stesse osservando un’altra persona, e sarà possibile cogliere nuovi aspetti, differenti in ogni momento, in formazione. «Sono io che non coincido mai con la mia immagine; infatti, è l’immagine che è pesante, immobile, tenace, e sono io invece che sono leggero, diviso, disperso» (Barthes, 1980, p.13). Guardare un film e tenerne traccia riflettendo a riguardo, permetterà così di scoprirsi, di formarsi e di poter formare.

L’invito è allora quello di scrivere – quello che vi viene in mente in quel momento – rispetto allo spezzone del film Radiofreccia, tenerlo lì, e riprenderlo a posteriori rileggendo quanto scritto.

Sarà possibile scoprire che: «Apprendere l’ascolto del farsi della trama, assaporando il silenzio che fa esistere ogni storia, conduce il cinema a divenire una tela che dischiude linguaggi e provoca immagini e ci porta, spettatori attivi, a svolgere una progettualità pedagogica che legga sullo schermo non solo scudi e non soli specchi, ma sfilate di universi possibili» (Mancino, 2009, p.130).

Silvia Serena Brambilla

Info

 

 

Bibliografia

Bachtin Michail, L’autore e l’eroe. Teoria letteraria e scienze umane, Einaudi Editore, Torino 1988.

Barthes Roland, La camera chiara, Einaudi Editore, Torino 1980.

Demetrio Duccio, Raccontarsi. L’autobiografia come cura di sé, Raffaello Cortina Editore, Milano 1996.

Dewey John, Esperienza e educazione, La Nuova Italia, Firenze 1938.

Mancino Emanuela, Un cinema parlato. Trame per una pedagogia della narrazione con gli occhi di un’altra lingua, Mimesis Editore, Milano 2009.

Mezirow Jack, La teoria dell’apprendimento trasformativo, Raffaello Cortina Editore, Milano 2016.

Filmografia

Radiofreccia, 1998, Luciano Ligabue

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