L’educatore in crisi. Quando le telecamere non sono sufficienti.

 

In un’epoca in cui le figure educative dovrebbero ritornare ad acquisire prestigio e riconoscimento sociale, al contrario gli atti violenti di persone che lavorano in ambito educativo screditano la professione.
Le richieste di telecamere a tutela degli utenti dei luoghi di cura e di crescita incalzano da più voci. Ma queste non sono sufficienti.
Assistiamo all’aumento del rischio di Burnout per i professionisti che vivono condizioni lavorative sempre meno tutelate. Occorrerebbe invece valorizzare il loro ruolo e tutelarlo attraverso tutte le strategie di prevenzione, quali ad esempio la Supervisione Pedagogica.

Quali sono le condizioni di lavoro oggi?

Gli educatori entrano nella definizione di “Helping professions”, ovvero di quelle professioni che centrano il loro intervento sulla relazione d’aiuto.
La relazione d’aiuto ha lo scopo di promuovere nell’altro la crescita, lo sviluppo e l’autonomia.
I campi d’azione a cui questi professionisti possono accedere sono molteplici: case di accoglienza, case famiglia, centri giovanili, asili nido ecc… in ognuno di questi contesti l’educatore sperimenta un contatto costante con la condizione di disagio e di bisogno del suo utente.
L’educatore deve sapersi porre in relazione con l’utente e con chi lo circonda; deve sapere progettare, individuare strategie di intervento, lavorare per il raggiungimento del miglior grado di autonomia possibile, valorizzando le risorse e individuando i punti deboli. Tali compiti richiedono una buona formazione emotiva e sociale. La formazione emotiva dell’educatore è essenziale perché permette al professionista di essere consapevole delle proprie emozioni, di gestirle e di essere empatico; tale formazione fa in modo che l’educatore costruisca con i propri utenti una relazione d’aiuto efficace.
Se da un lato è chiaro a tutti quanto oggi la nostra società abbia bisogno di figure educative con tali competenze, dall’altro il lavoro nel sociale non è ancora giustamente tutelato: i professionisti sperimentano un forte isolamento. Le condizioni precarie di lavoro, i molti anni di servizio, la svalutazione percepita aggiunta alla mancanza di riconoscimento sociale, all’assenza di formazione continua e di un adeguato supporto possono spingere gli educatori a subire una forma di stress cronico.
Accade spesso che i tanto attesi risultati del lavoro educativo non siano facilmente visibili ai più e che l’educatore subisca pressioni in tal senso .
In altri contesti, l’educatore può perdere la consapevolezza circa l’adeguata distanza o vicinanza da mantenere rispetto al lavoro educativo e sentirsi pertanto sommerso dalle vicende del suo utente.
In alcuni servizi per l’infanzia, ad esempio, gli educatori oggi subiscono la distruzione di quel alleanza educativa e di fiducia con i genitori, che dovrebbe invece caratterizzare un progetto di crescita centrato sul minore.
A tutto ciò, si aggiunge la stanchezza di un carico di lavoro che, se svolto con quel senso di responsabilità che meriterebbe, è ingente.

Cosa accade ad un educatore in crisi?

«Chi come me ha vissuto questo momento, ha ben presente come il puzzle di quello che eri si frantumi, senza che ti sia data la parola sul perché tutto ciò avvenga e di come ci sei arrivato a quel punto. La sensazione che hai, e che ho avuto io, è quella che ricorda il mito di Sisifo, portare un macigno in cima alla montagna per poi ritornare a fare la stessa cosa perché nel frattempo è ricaduto a valle. Quindi ricominciare continuamente la stessa fatica per un bel po’ di tempo, per rimettere i pezzi al loro posto, per ritrovare quel “centro di gravità permanente” che ti permette di continuare a fare il tuo lavoro nel migliore dei modi possibili» (Radio32.net).
Il Burnout è un rischio del mestiere e l’educatore a causa della complessità del suo lavoro può cadere in questa trappola.
Il vissuto di Burnout, come si evince da questa testimonianza, è denso di sofferenza; la sofferenza di chi crede di avere per sempre perso la propria professionalità.

Il termine Burnout, letteralmente “bruciato”, veniva in principio utilizzato in ambito sportivo per indicare i continui insuccessi di un atleta. Solamente negli anni ‘70 la Maslach iniziò ad utilizzarlo per indicare «una sindrome da esaurimento emozionale, di spersonalizzazione, di riduzione delle capacità professionali che si esprime in una costellazione di sintomi quali: somatizzazioni, apatia, eccessiva stanchezza, risentimento ed incidenti» (Maslach, 1981). Tale condizione vissuta dal professionista può portare ad una svalutazione della persona che rischia di non operare più per il benessere dei suoi utenti; l’operatore in questo caso svolge un lavoro in cui la motivazione è minima e la frustrazione massima, e rischia di manifestare sintomi fisici, psichici e comportamentali.
È opportuno tuttavia chiarire che oltre alle cause di natura oggettiva (condizioni lavorative) e di natura socio – culturale (svalutazione del ruolo), si deve attribuire un’importanza fondamentale alle cause di natura soggettiva come le risorse e la capacità dell’individuo di rispondere in modo adeguato allo stress. «La personalità dell’operatore, cioè le sue caratteristiche mentali, la sua storia affettiva, il suo stile interpersonale, la sua capacità di controllo delle emozioni, l’idea che ha di sé e del suo lavoro, il suo modo di interpretare e valutare le cose, sono certamente fattori che influenzano le sue reazioni emotive e comportamentali, la sua capacità di gestire lo stress, e hanno una particolare rilevanza nell’insorgenza del burnout» ( Sandrin, 2004, p.56)

Cosa possiamo fare?

Occorre intervenire su più piani:

  • Sul piano personale, il professionista dovrebbe impegnarsi attivamente in attività extra lavorative, che gli permettano di lasciarsi alle spalle quanto vissuto sul luogo di lavoro; dovrebbe poi essere sostenuto da un buon grado di formazione personale.
  • Sul piano organizzativo, occorrerebbe garantire una maggiore flessibilità lavorativa, un’adeguata pianificazione degli orari, una rotazione dei ruoli e una condivisione delle responsabilità. Nei luoghi d’azione educativa occorrerebbe mirare ad un buon lavoro di équipe e ad una comunicazione costruttiva fra i suoi membri.
  • Sul piano istituzionale, infine, occorre un maggior intervento. La supervisione pedagogica intesa come spazio istituzionalizzato di progettazione, riflessione e formazione dell’équipe si qualifica come strategia di intervento necessaria ed efficace.
    La supervisione pedagogica è uno spazio attorno al quale il singolo o il gruppo si raccoglie, senza alcuna distinzione di ruolo e responsabilità. È condotta generalmente da un pedagogista esperto esterno al gruppo, detto “supervisore”. Il supervisore è esterno al gruppo poiché in tal modo riesce a porre tutti i membri sullo stesso piano; non ha potere decisionale, ma offre consigli e spunti di riflessione.
    Inoltre, è bene che il supervisore abbia competenze e conoscenze educative perché «condivide con l’équipe lo stesso linguaggio, la stessa professionalità e formazione, nonché un comune sentire ed interpretare l’intervento educativo» (Occulto, 2014, p. 153).
    L’obiettivo di base del suo intervento è aiutare l’equipé ad essere una comunità di persone che condivide gli stessi obiettivi, individuando le proprie risorse e trasformando i propri punti di debolezza in opportunità di crescita.
    Il supervisore si può servire di vari strumenti:
    – racconti autobiografici;
    – disegni;
    – narrazioni di gruppo.
    Questi facilitano la narrazione di sé, permettono di accedere alle emozioni spesso bloccate e di prendere consapevolezza delle situazioni che si verificano sapendole elaborare, rispondendo così al bisogno di ricostruire la realtà dandogli un significato specifico. Permette dunque agli operatori di riflettere sulle proprie azioni (Bruner, 1992).
    Oltre a svolgere una funzione preventiva nei confronti del Burnout, la supervisione costituisce anche un valido strumento di formazione continua e permanente per l’équipe educativa. Nel momento in cui si verificano condizioni di Burnout tra gli operatori di un equipé è opportuno che, alla supervisione di tipo pedagogico, si affianchi quella guidata da uno psicologo per permettere al professionista di riabilitarsi al lavoro.
    Pertanto, dinnanzi al dilagare della violenza e all’incalzare della velocità, la costituzione di tempi di riflessione pedagogica sarebbe una strategia di intervento istituzionale alla quale non possiamo rinunciare. Tutto ciò permetterebbe di tutelare l’identità professionale degli educatori, di garantire la formazione di un gruppo di lavoro più sereno e consapevole, di prevenire l’accumulo di stress nel professionista e dunque di tutelare la crescita e la cura di tutti gli utenti, perché un «grammo di prevenzione vale più di 1 kg di cura». (Maslach, Leiter, 2000).

 

 

 

Michela Origlia

info

 

 

 

Bibliografia
Bruner J.S, La ricerca del significato, Bollati Boringhieri, Torino, 2003.
Goleman D, Intelligenza emotiva, Bur, Milano, 1999.
Maslach C, M. Leiter, Burnout e organizzazioni. Modificare i fattori strutturali della demotivazione al lavoro, Erickson, Trento, 2000.
Occulto Raffaele, L’educatore supervisore nell’organizzazione dei servizi sociali, Aemme, Roma, 2014.
Sandrin Luciano, Aiutare senza bruciarsi come superare il burnout nelle professioni d’aiuto, Paoline, Milano, 2004.

Sitografia
Burnout e la professione dell’educatore: https://radio32.net/2018/01/21/1059/

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