Hikikomori in Italia: un bisogno educativo speciale?

 

Oggi si ritiene che nel nostro Paese vi siano almeno 100 mila casi di Hikikomori.  (Associazione Hikikomori Italia).

Solamente pochissimi anni fa quasi nessuno ne conosceva il significato, proprio perché si riferiva a una realtà adolescenziale relegata unicamente alla società giapponese.

A partire dal 2013 il termine giapponese “hikikomori” è stato inserito tra i neologismi del nuovo Zingarelli con il significato di “isolarsi”, stare in disparte” (Lo Zingarelli 2013), riferito in particolare a chi decide di ritirarsi dalla vita sociale per lunghi periodi, rinchiudendosi nella propria camera da letto senza aver alcun tipo di contatto diretto con il mondo esterno. (https://www.hikikomoriitalia.it/p/chi-sono-gli-hikikomori.html).

Chi sono gli Hikikomori?

Giovani tra i 14 e i 30 anni, di entrambi i sessi (anche se maggiormente diffuso tra i maschi con un rapporto 70 a 30), di estrazione sociale medio-alta, per lo più figli unici di genitori entrambi laureati (Moretti, 2010), con ritiro sociale da almeno 6 mesi, precedente fobia scolare, talvolta dipendenza da Internet, inversione del ritmo giorno- notte, eccessiva timidezza, alti livelli di ansia,  e violenza fisica (Saito, 1998).

Gli hikikomori italiani, a differenza di quelli giapponesi che fuggono da regole troppo severe, scappano dall’incapacità di gestire relazioni di gruppo. In effetti, non rifiutano a priori la società; anzi fanno di tutto per poterne fare parte ma, a causa sia di specifici fattori individuali e contestuali sia di stati emotivi negativi conseguentemente innescati, non ci riescono e arrivano a maturare l’idea di non essere idonei per stare nella società e che, quindi, l’unica soluzione possibile è quella di rinchiudersi nella propria stanza. A ciò si aggiunge anche la convinzione che tramite l’isolamento si diventi autonomi e liberi poiché non si è più costretti a fare ciò che gli altri si aspettano: un isolamento che, a differenza dei giapponesi, non è quasi mai totale (accettano di consumare i pasti coi genitori, e di vedere, di tanto in tanto, un amico con cui passare delle ore). (Ricci, 2014).

In che modo il pedagogista può aiutare un Hikikomori?

Avere a che fare con un hikikomori rappresenta un compito delicato per chiunque, sia che si tratti di un genitore, di un insegnante, di un amico, di uno psicologo o di un pedagogista, dal momento che ci si trova a doversi relazionare con persone profondamente negative, sfiduciate e disilluse nei confronti dei rapporti interpersonali.

Per non essere respinti bisogna cercare di aggirare le barriere che hanno eretto nei confronti del mondo sociale, evitando qualsiasi tipo di forzatura o atteggiamento supponente, ma ponendosi come degli interlocutori umili, empatici e non giudicanti.

Considerare l’hikikomori dal punto di vista pedagogico vuol dire trattare la condizione come un problema di socializzazione.

L’uomo è un essere sociale che interagisce e si muove nel suo ambiente per rispondere ai suoi bisogni attraverso il gruppo familiare e l’ascolto degli altri sin dalla prima infanzia. Spesso però ci sono soggetti che non acquisiscono questa capacità e hanno necessità di supporto da parte di professionisti, tra cui il pedagogista.

Per la riuscita dell’intervento pedagogico/educativo è importante che ci sia da parte di entrambi la disponibilità a intraprendere un percorso assieme.

Per questo, il pedagogista nel suo approccio deve:

– dimostrare empatia;

riconoscere la sofferenza dell’hihikomori, comprendendo il profondo disagio sociale ed esistenziale che egli sperimenta, senza banalizzarlo o sminuirlo in alcun modo;

– deve allentare la pressione non evitando eventuali conflitti, che se gestiti correttamente possono invece rivelarsi uno strumento importante per sbloccare situazioni anche complesse ma aprendosi e stimolando il dialogo e una riflessione critica sul problema;

– deve concedere loro gli spazi, l’intimità e l’autonomia decisionale di cui necessitano, ma, allo stesso tempo, responsabilizzarli  circa l’effetto che i loro comportamenti hanno sulle persone che li circondano;

– deve provare in tutti i modi a coinvolgerli in attività che li aiutino a evadere dai propri schemi e creino una discontinuità rispetto al proprio isolamento dal momento che gli hikikomori tendono a sviluppare una routine rigida e solitaria;

– deve far riscoprire la dimensione del desiderio ai ragazzi;

– nei casi più problematici deve cercare inizialmente un contatto dentro le mura domestiche, per ricreare un ponte su cui far passare il giovane, riportandolo all’esterno. (https://www.hikikomoriitalia.it/2018/06/buone-prassi-hikikomori.html).

 

A titolo esemplificativo si riportano alcune possibili metodologie da attuare da parte del pedagogista/educatore al fine di stabilire una proficua interazione:

  • Cybertherapy: un’azione domiciliare che si distingue in: e-mail based terapy (si focalizza sullo scambio di e-mail tra hikikomori e professionista); Voice Conference Therapy (incontro tramite video o chat); Avatar Therapy (l’hikikomori si reca virtualmente dal pedagogista collegandosi ad una piattaforma con il proprio avatar).(Bagnato, 2017).
  • Human Occupation: dopo un periodo di osservazione e valutazione e dopo aver identificato eventuali barriere sociali, culturali, psicologiche che limitano la sua autonomia e le sue capacità d’azione, il pedagogista cerca di esortare il soggetto ad eseguire attività finalizzate, di tipo psico – sociali, con lo scopo di stimolare le capacità sociali ed emotive (autostima, creatività, motivazione, comprensione delle regole etc…) utilizzando attività espressive, manuali, rappresentative, ludiche che determinino una routine di comportamento. In particolare la consulenza pedagogica consente all’individuo di vedere le cose in maniera diversa, di avere una maggiore comprensione di sé e di avere consapevolezza dei propri condizionamenti interni ed esterni, favorendo interesse e fiducia verso i ruoli che gli vengono affidati e comprendendo le sue potenzialità. (Simeone, 2004).
  • Cooperative Learning: è una modalità di apprendimento cooperativo, basato sul gruppo, che utilizza il coinvolgimento emotivo e cognitivo dell’individuo come strumento di apprendimento. L’educatore “distribuisce” ruoli e responsabilità all’interno del gruppo. Ogni singolarità è importante per raggiungere lo scopo prefissato pertanto non ci sono né vincitori né perdenti.(Comoglio, 1996).

Pensare, però, che l’hikikomori sia un problema che riguarda solamente il singolo individuo è scorretto. Bisogna invece riuscire a osservarlo in un’ottica sistemica, andando ad agire su tutti quei fattori, sociali, scolastici o familiari, che possono avere un impatto sulla condizione di isolamento.

Genitori, insegnanti e adulti in genere dovrebbero sapere che il web non è un nemico se la relazione umana rimane il principale veicolo di comunicazione. Il web diventa pericoloso quando tra genitori e figli, docenti e studenti o tra i pari, non si parla più, e l’anaffettività relazionale e l’incapacità di provare emozioni profonde prendono il sopravvento.

Proprio per il dilagare del fenomeno diverse sono, ad oggi, in Italia le associazioni  che si occupano di sostegno alle famiglie e ai ragazzi che manifestano questo disturbo. Anche numerosi comuni italiani e uffici scolastici regionali hanno organizzato corsi, seminari, incontri per approfondire il tema.

Infine, il MIUR (Il Ministero dell’istruzione, dell’università e della ricerca) il 19 febbraio 2019 ha emesso un decreto con cui ha istituito il Comitato Tecnico Nazionale che si occuperà di definire azioni per la tutela del diritto allo studio di alunni e studenti in condizione di ritiro sociale volontario arrivando a considerare l’hikikomori come una nuova emergenza educativa, inserendolo così nei Bisogni Educativi Speciali (B.E.S.).

Barbara Bianchessi

info

 

 

 

Bibliografia:

– Moretti S. (2010) – Rivista di Criminologia, Vittimologia e Sicurezza – Vol. IV –N. 3 –Settembre-Dicembre 2010

– Saito T. (1998) Shakaiteki Hikikomori [Social Withdrawal]. PHP Kenkyuujo, Tokyo

– Zingarelli N., Lo Zingarelli, Dizionario della lingua italiana, Zanichelli, 2012

– Ricci C. (2010), Hikikomori. Narrazione da una porta chiusa,  Aracne, Roma

– Ricci C. (2008), Hikikomori: adolescenti in volontaria reclusione, Franco Angeli

– Crepaldi M.(2019), Hikikomori – I giovani che non escono di casa,  Alpes Italia

– Vrioni I. (2017), Hikikomori – Nuova forma di isolamento sociale, Youcanprint Self-  Publishing

– Bagnato K. (2017), L’Hikikomori: un fenomeno di autoreclusione giovanile, Carocci Editore

– Caresta A.M. (2018), Generazione Hikikomori – Isolarsi dal mondo, fra web e manga,  Castelvecchi editore

– Triberio C. (2017), Hikikomori: un’emergenza educativa?, Passerino Editore

– Simeone D.(2004), La consulenza educativa, Vita e Pensiero

– Comoglio M. (1996), Il gruppo come luogo in cui apprendere a cooperare. Animazione Sociale.

 

Sitografia:

 

 

 

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