Bullismo: perché il pubblico incita alla violenza?

Gli episodi di bullismo sono aggressioni fra coetanei che si realizzano principalmente all’interno delle mura scolastiche. Fra i tanti episodi c’è quello di Bollate: una ragazza ne picchia un’altra di fronte ai coetanei che non prestano soccorso, nonostante le richieste di aiuto della vittima, ma che incitano alla violenza. L’episodio ha suscitato reazioni di sdegno, sia per l’aggressione in sé, sia per il ruolo giocato dal pubblico.

Soffermiamoci sul comportamento del giovane pubblico: perché si è comportato in questo modo? Molti riconducono la causa del comportamento all’assenza di valori nei giovani o alla scarsa educazione impartita dai genitori. In realtà, questa è una spiegazione riduttiva poiché tiene in considerazione solo cause che dipendono dall’individuo e non dal gruppo nel quale esso è inserito. Inoltre, è sbagliato considerare il fenomeno come qualcosa di totalmente nuovo: a New York, nel 1938, migliaia di persone canticchiando “salta, salta!” aspettarono per strada, alcune per undici ore, fino a quando un uomo saltò dal diciassettesimo piano di un albergo, uccidendosi. E non fu l’unico caso, dato che Leon Mann stimò che in dieci su ventuno casi analizzati era presente una folla che incitava al suicidio.

La spiegazione più adeguata è da ricondurre a due fenomeni, messi in evidenza dallo studio di Zimbardo, che si attivano quando una persona si trova in un gruppo:

  • la deindividuazione: appartenere ad un gruppo esteso deresponsabilizza l’individuo, lo induce ad una perdita di identità e lo trasforma in una persona aggressiva e disinibita;
  • la disumanizzazione: la vittima viene privata della sua umanità e dignità, e in questo modo l’aggressore e il pubblico non si confrontano con il suo dolore, riducendo i loro stati di colpa e vergogna. Esempi di disumanizzazione proviene dalla guerra, in particolare dai modi in cui il personale militare giustifica l’utilizzo di armamenti nucleari: secondo l’analisi di Carol Cohn (1987), esso si giustificava utilizzando una semantica che disumanizzava le potenziali vittime, chiamandole “bersagli” oppure “danno collaterale”. Similmente, il personale americano si servì delle medesime strategie per spiegare le uccisioni di civili asiatici.
Maria Grazia CultreraImmagine1-300x289

Informazioni a questo link.

 

 

 

Bibliografia

Cohn, C., “Slick’ems, glick, Christmas trees and cookie cutters: nuclear language and how we learned to par the bomb” in Bullettin of Atomic Scientists, 1987

Hogg, M. A., e Vaughan, M. G., Essentials of social psychology, Pearson Education Limited, United Kingdom, 2010

Mann, L., “The baiting crowd in episodes of threatened suicide” in Journal of Personality and Social Psychology, 1981

Zimbardo, P. G., The human choice: individuation, reason, and order versus deindividuation, impulse, and chaos. Lincoln, NE: University of Nebraska Press, 1970

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