Cibo per il corpo, cibo per la mente: fino a che punto “siamo quello che mangiamo”?

 

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Generalmente, si pensa al cibo come a una forma di nutrimento necessaria per il corpo, ma che non ha nulla a che vedere con la mente. In realtà, il corpo comprende anche il nostro cervello, sede della mente. I nutrizionisti sottolineano l’importanza di scegliere con accuratezza il cibo con il quale nutrirsi perché esso influenza la biologia e la chimica di tutto il corpo, mediante un continuo processo trasformativo necessario per la vita. Ma in che misura il cibo è una forma di nutrimento per il corpo, e in che misura lo è per la mente?

Fino a che punto “siamo quello che mangiamo”?

Come è stato già accennato, il cibo coinvolge sia l’apparato digerente che il sistema nervoso: per mezzo del gusto, dell’olfatto, del tatto e della vista, le informazioni sensoriali vengono elaborate e raggiungono la corteccia cerebrale. Tali informazioni non solo permettono di discriminare cibi commestibili da quelli non commestibili, maturando conoscenze specifiche al riguardo, ma anche di ricordare esperienze emotive passate associate ad esse, contribuendo così allo sviluppo cognitivo dell’individuo. Inoltre, Gershon (1998) ha scoperto l’esistenza di un “secondo cervello” – inteso come alta concretazione di neuroni, presente nell’intestino e connesso al sistema nervoso centrale con il quale interagisce – sede delle emozioni. Lo studioso, inoltre, afferma che i disordini intestinali possono produrre effetti negativi sul sistema nervoso centrale.

Sia da un punto di vista filogenetico che ontogenetico, è possibile affermare che il cibo influenza in buona parte lo sviluppo psichico: la psiche è plasmata dalle relazioni, le relazioni si esprimono per mezzo della comunicazione, e la comunicazione è fortemente interconnessa al consumo del cibo. La nostra specie si è evoluta grazie alle abilità collaborative e comunicative sviluppate per la necessità di procacciarsi il cibo in gruppo (Tomasello). Seguendo un approccio ontogenetico, è bene evidenziare che in fase prenatale il feto non ha bisogno di comunicare con la madre perché il suo bisogno di nutrimento viene soddisfatto automaticamente per mezzo del cordone ombelicale. Dopo la nascita, però, il bambino sperimenta il bisogno di comunicare con il pianto – sebbene in modo non intenzionale – la sua fame al genitore.

Inoltre, la comunicazione e il consumo del cibo sono fortemente caratterizzati dalle emozioni: è stato dimostrato che le difficoltà della diade madre-figlio durante il pasto possono dipendere da difficoltà relazionali, dall’eccessivo controllo da parte dei genitori, oppure da problematiche dei genitori nel sostenere l’autonomia del bambino nel regolare l’assunzione di cibo (cfr. Davis, Levitan, Smith, Tweed, e Curtis, 2006); non a caso, i disturbi alimentari nei giovani adulti esprimono una difficoltà a gestire il rapporto fra appartenenza e differenziazione, fra dipendenza ed autonomia all’interno delle relazioni. Nel periodo neonatale e nella prima infanzia, se non si è instaurata un’aspettativa di fiducia e tranquillità, ma vi è la previsione di un contatto carico di tensione con la madre, il momento della nutrizione risulta inquieto e frustrante per il bambino.

Non solo il cibo influenza la nostra mente, ma anche la mente influenza la scelta del cibo. Secondo Lewin, due sono i fattori psicologici che influenzano tale scelta: quelli cognitivi, che sono rappresentazioni dell’individuo legate a ciò che egli immagina quando pensa a “cibo per noi”, “cibo per il marito”, “cibo per bambini”; quelli motivazionali, che riguardano le ragioni per cui si sceglie un determinato cibo (valori, contesto socioculturale, sapore e salute). Pertanto, un individuo non sceglie il cibo pensando esclusivamente al nutrimento corporeo, ma anche al significato personale e culturale ad esso attribuito.

Maria Grazia CultreraImmagine1-300x289

Info

 

 

 

Bibliografia

Bear, M., Connors, B. W. e Paradiso, M. A. (2009). Neuroscienze, esplorando il cervello. Elsevier Masson

Tomasello, M. (2010). Altruisti nati, perché cooperiamo fin da piccoli. Bollati Borghieri, Torino

Camaioni, L. (1993). Manuale di psicologia dello sviluppo. Il Mulino, Bologna

Palmonari, A., Cavazza, N. (2003) Ricerche e protagonisti della psicologia sociale. Il Mulino, Bologna

Lewin, K. (1943), “Forces behind food habits and methods of change”, in Bulletin of the national research council

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