Essere una donna in tempi di crisi economica

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Oggi, con la crisi economica internazionale, i dati sulla disoccupazione mostrano un divario retributivo tra soggetti di sesso maschile e femminile allarmante. L’occupazione femminile rispetto a quella maschile regge, sebbene non sia galoppante: infatti, nonostante questa rispetto al 2007 sia aumentata dal 62,1 al 63% mentre quella maschile è passata dal 77,7 al 75%, una forte differenza continua a persistere per quanto riguarda l’uguale remunerazione e l’accesso al mercato del lavoro.

 Come e perché hanno origine queste disuguaglianze ?

Il motivo principale è il persistere di un’immagine tradizionale della donna, la quale, a differenza dell’uomo che svolge il ruolo di lavoratore a tempo pieno, ha il dovere di occuparsi della cura della prole. Il superamento di tale immagine tradizionale della donna, o meglio del modello patriarcale basato sull’autorità esercitata dal sesso maschile a livello lavorativo e familiare, è l’obiettivo principale delle femministe americane ed europee fin dagli anni ’60. Nonostante nel corso dei decenni le istituzioni e gli Stati membri dell’Unione Europea si siano impegnati ad attivare delle strategie di promozione della parità nel mercato del lavoro, esse non si rivelano efficaci e ciò è rilevabile o dagli stessi dati sui divari retributivi o dalla reale difficoltà di accesso al mondo del lavoro per le donne.

Un elemento interessante è che, soprattutto in questi anni, la condizione lavorativa femminile è stata accompagnata da un aumento dell’occupazione, in quanto le donne tendono sempre più a farsi assumere dalle aziende per ricoprire posti di lavoro lasciati liberi dagli uomini, nonostante siano però spesso costrette ad accettare un lavoro part-time. In Italia la percentuale di donne che lavorano con un contratto a tempo parziale equivale al 30%, mentre in Germania al 45%. Per quanto riguarda il gender pay gap, ovvero il divario retributivo tra uomini e donne che svolgono lo stesso o un simile impiego, ammonta al 37,7% per un fattore specifico, ovvero il fatto che i primi lavorano un monte ore maggiore rispetto alle seconde, con una paga oraria più elevata. Il differenziale retributivo non è comunque uguale per ogni paese europeo: il più basso per esempio si registra in Slovenia ed equivale al 2,3%, sale progressivamente in Francia, Spagna e Inghilterra con tassi del 14,8%, 17,8% e 19,1% e aumenta ancora di più in Germania, Austria ed Estonia con percentuali equivalenti al 22,4%, 23% e 30% rispettivamente. L’Italia, sebbene possa sembrare uno di quei paesi con il divario tra i più bassi (solo al 6,7%), in realtà presenta una differenza complessiva del 43,5%, in quanto molte donne si ritrovano costrette ad accettare un contratto part-time pur di ottenere un lavoro.

Nel mese di marzo 2010 per commemorare il quindicesimo anniversario della Piattaforma di azione di Pechino, che nel 1995 sviluppava il cosiddetto gender mainstreaming, ovvero l’attribuzione di un’ottica di genere in tutte le politiche e in ogni fase del processo di formazione della politica pubblica, la Commissione Europea elabora una Strategia europea per la parità tra uomini e donne. Lo scopo di questo intervento é quello di eliminare la disparità salariale e promuovere la conciliazione tra gli impegni lavorativi e familiari, al fine di garantire una partecipazione equilibrata tra uomini e donne nel mercato del lavoro e un aumento del tasso di natalità. La conciliazione è una questione alquanto spinosa e di difficile soluzione, perché sono molti i casi di donne costrette a scegliere tra vita lavorativa e vita familiare a causa di una crisi economica che ha provocato tagli alla spesa pubblica, la quale ricomprende anche il sostegno alle famiglie. Nonostante il problema della conciliazione possa sembrare “separato” dalle questioni relative all’accesso nel mercato del lavoro e al divario retributivo, è al contrario fortemente collegato. Infatti, se le donne che lavorano ricevono un salario minore rispetto agli uomini o addirittura da impiego part-time e i servizi di cura all’infanzia sono eccessivamente costosi, esse preferiscono lasciare la custodia dei figli ai parenti o addirittura abbandonare il proprio posto di lavoro. Questo problema lo si riscontra soprattutto in Italia, Grecia, Croazia e Portogallo, mentre in Francia e Germania le donne possono prolungare la loro assenza sul posto di lavoro perché i congedi di maternità sono più lunghi e soprattutto non penalizzanti dal punto di vista economico. In questo senso sono interessanti i congedi di maternità concessi negli altri Paesi del mondo: ad esempio, in Cina questo viene esteso dai 90 ai 98 giorni, in Cile da 18 a 30 settimane e a El Salvador lo stipendio delle donne che diventano mamme aumenta del 75% o addirittura del 100%. Infine, a Singapore viene erogato un rimborso a carico dello Stato di una settimana di congedo che corrisponde al 100%. Questi dati sono del tutto diversi da quelli europei, dove le politiche di conciliazione sono in estremo ritardo. In tal senso la Commissione Europea ha elaborato una Strategia per la parità tra uomini e donne 2010-2015, la quale ha lo scopo fondamentale di far progredire e favorire i servizi di cura di alta qualità e di valutare le disparità per quanto riguarda il diritto al congedo di maternità e di paternità, che in alcuni dei paesi europei come Norvegia, Polonia e Slovacchia è esteso soltanto a due settimane.

Dobbiamo prestare attenzione al fatto che la Strategia, essendo uno strumento di soft law, non ha valore vincolante e non è da considerare come la definitiva soluzione delle questioni di genere: al Consiglio europeo di primavera del 2010 prende vita quindi la Strategia Europa 2020, che ha obiettivi ben precisi come la promozione di una crescita intelligente, sostenibile e socialmente inclusiva. La crescita può avvenire mediante un impegno degli Stati membri ad aumentare l’occupazione maschile e femminile del 75% entro il 2020 per coloro che hanno tra i 20 e i 64 anni, ma anche una riduzione della quota di nuclei familiari poveri, prossima al 24,2%. Tuttavia Europa 2020 presenta sin da subito un difetto di non poco conto: la mancanza di un riferimento al gender mainstreaming che, al contrario della Strategia di Lisbona del 2000, la quale prevedeva un aumento dell’occupazione femminile pari al 60% entro il 2010, non include alcun obiettivo quantitativo da raggiungere. Gli Stati ad ogni modo devono impegnarsi, tramite le politiche occupazionali nazionali, ad aumentare il livello di partecipazione al mercato del lavoro per uomini e donne, ridurre il divario salariale e introdurre la componente femminile della forza lavoro in nuovi settori, come quello tecnologico e del verde, superando la segmentazione che le “rinchiude” nei settori prettamente femminili, come quello tradizionale dell’insegnamento.

Malgrado gli ambiziosi obiettivi posti, la strategia non è di facile attuazione, in quanto l’aumento dell’occupazione femminile al 75% si prevede possa essere raggiunta soltanto nel 2038 e il divario retributivo potrà essere superato in settant’anni. Questo accade perché in tempi di crisi economica il lavoro a tempo pieno cala di 9 punti percentuali in contrasto con l’aumento del lavoro a tempo parziale. Per superare la crisi economica diviene necessario promuovere dunque delle politiche di crescita e di sviluppo dell’occupazione femminile, poiché questa rappresenta una componente fondamentale per conseguire un più alto livello occupazionale generale. Diviene necessario quindi promuovere la professionalità femminile e rilanciare la prospettiva di genere; valorizzare il potenziale umano delle donne per garantire un nuovo modello di sviluppo basato sull’innovazione sociale e sugli investimenti nei servizi di cura e assistenza che ancora oggi presentano delle gravi lacune a livello economico. Se gli Stati membri decidessero di superare gli stereotipi sulle donne, l’Europa potrebbe essere sicuramente facilitata nell’uscire dalla crisi economica.

Martina Cusimano

Laureata in Studi internazionali

Bibliografia

Cusimano, M. (2015), Questioni di genere e mercato del lavoro in Europa: dal movimento femminista degli anni ’60 alla condizione attuale delle donne in tempi di crisi economica, Tesi di laurea

Sitografia

Rossilli, M., G., Le politiche di genere nella Strategia Europa 2020 alla prova della crisi economica e dell’UE. Possibili strategie alternativewww.fondazionenildeiotti.it

Strategia per la parità tra donne e uomini 2010 – 2015, Bruxelles, 21.09.2010

La crisi in alcuni paesi migliora le politiche familiari. Lo dice l’Ilowww.ingenere.it

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