Il “termometro emotivo”: quando l’intensità delle emozioni ci travolge

emozioni

(H. Hokusai – La Grande Onda- 1830-1831 ca.)

Mi piace il verbo sentire. Sentire il rumore del mare, sentirne l’odore. Sentire il suono della pioggia che ti bagna le labbra, sentire una penna che traccia sentimenti su un foglio bianco. Sentire l’odore di chi ami, sentirne la voce e sentirlo col cuore. Sentire è il verbo delle emozioni, ci si sdraia sulla schiena del mondo e si sente…” – Alda Merini

Le sfumature emozionali sono così svariate da somigliare alla gamma cromatica sulla tavolozza di un pittore impressionista. Le emozioni sono fondamentali e svolgono funzioni estremamente utili per l’uomo (ne parliamo qui) ; senza di esse la nostra vita sarebbe priva di significato, di spessore, di ricchezza e di comunione con gli altri. Esse ci motivano a realizzare cambiamenti, ci danno informazioni rispetto ai nostri bisogni, alle nostre frustrazioni, insoddisfazioni e ai nostri diritti; non a caso il termine “emozione” deriva dal latino “emovere”, letteralmente “muovere da” e in senso traslato assume il significato di “smuovere, scuotere, sconvolgere. La sensazione di essere mossi da ciò che si prova e che sembra provenire dal nostro internoè caratteristica integrante dell’esperienza emotiva. Nel corso della vita, tutti noi sperimentiamo emozioni di varia natura e tentiamo di gestirle con metodi più o meno efficaci: il problema, ad esempio, non sta tanto nel provare ansia, quanto nella nostra capacità di accettarla, servircene e – se possibile – continuare a funzionare a dispetto della sua presenza (cfr. Leahy et al., 2013).

Tuttavia, a volte può capitare che la temperatura del “termometro emotivo” salga troppo e così ansia, paura, rabbia e così via risultino talmente amplificate da non assumere più una funzione protettiva. Diventano complicate da gestire, qualcosa da cui liberarsi il prima possibile. Talvolta l’intensità è tale da annebbiare la mente, da far entrare la persona in uno stato di estraniamento, confusione; l’emozione investe interamente l’individuo come una grande ondata.

Pensiamo all’opera d’arte giapponese “La Grande Onda” di H. Hokusai; si tratta di una xilografia, ovvero immagini incise su matrici di legno successivamente inchiostrate. Ebbene, con uno sforzo immaginativo, osservando questo quadro si può intuire cosa voglia dire “essere travolti dalle emozioni”: proviamo a raffigurarci l’intensità e la forza impetuosa di quella grande onda che sovrasta i deboli tentativi del marinaio di tenersi saldo alla sua barca. Quell’enorme ondata emotiva diviene il riflesso di un animo sconvolto, agitato, sballottato continuamente. Quell’Onda così imponente è un respiro bloccato, un’inspirazione a cui non segue un’espirazione; il marinaio non può restare troppo in apnea, in questa condizione di instabilità: deve salvarsi da quegli “artigli di spuma”, non c’è il tempo per la riflessione, qualsiasi azione è buona pur di non essere inghiottito dall’onda.

Sopportare questa intensità, soprattutto per coloro che possiedono una scarsa tolleranza alla frustrazione, risulta davvero difficile. Scatta, quindi, una risposta impulsiva tendenzialmente disfunzionale mirata alla ricerca di una via di fuga per “zittire” l’emotività negativa.

Questo fenomeno è particolarmente evidente nei pazienti che soffrono di Disturbo Borderline di Personalità, dove l’incapacità di gestione delle emozioni diventa un nucleo problematico tale da determinare la discesa in una spirale di ansia e sofferenza marcata. Spesso, questi pazienti mettono in atto comportamenti disfunzionali per far fronte alla situazione (cfr. Nock, 2008). Molto comuni sono gli agiti di tipo autolesionistico: niente Paracetamolo per abbassare la “febbre emotiva”, con un ossimoro per il paziente borderline il “rimedio” diventa procurarsi ferite, tagli, graffi, tirare pugni contro se stessi o contro il muro. O ancora farsi del male per sopperire al senso di vuoto, di alienazione indotto dall’elevato livello di disregolazione emotiva: osservare il sangue scorrere per sentirsi vivi, per sentire di esistere.

Tratto dal diario di S.*: «Una cicatrice sul braccio sta lì a ricordarmi che si può toccare il fondo. E che non voglio mai più che succeda. Ma il male fisico, paradossalmente, è un male più accettabile, più spiegabile, più comprensibile. Certo è tremendo anche quello, e Dio ce ne scampi però santo cielo stare male di testa cosa vuol dire? Come lo spieghi? Non è come andare in giro a dire guarda ho la tonsillite, qua devi dire guarda le mie emozioni mi hanno fatto schiantare. E già ti immagini occhi con grandi punti interrogativi e domande che non avranno il coraggio di porre mai. Un lieve cenno di assenso, da chi magari ha provato qualcosa di simile e finita li, nessuno ti passerà un OKI per la troppa intensità di un’emozione».

Dalla letteratura scientifica (cfr. Leahy, 2007; Nock, 2008) si riscontrano altri comportamenti frequenti, denominati in ambito clinico “stili di coping maladattivi, quali abuso di sostanze, di alcol e/o psicofarmaci (per ridurre l’ansia nel breve periodo), abbuffate di cibo, sex e cybersex-addiction, guida spericolata, rabbia eterodiretta. Si tratta, tuttavia, di “escamotage” provvisori: creano un sollievo momentaneo e apparente. A lungo termine, invece, si rivelano fattori di mantenimento del disturbo, creando un circolo vizioso, oltre a portare con sé un carico di emozioni negative conseguenti, quali tra le più comuni senso di colpa nell’aver compiuto un determinato gesto sull’onda dell’emotività, vergogna e imbarazzo, sensazione di essere un fallimento.

La regolazione delle emozioni include qualsiasi strategia di coping adattiva o maladattiva: per comprenderla possiamo pensare al processo omeostatico che regola la temperatura nel nostro corpo. Se la regolazione, verso l’alto o verso il basso, è troppo intensa si genera una situazione “troppo calda” (febbre a 40°) o “troppo fredda” (temperatura corporea a 35°).

Il lavoro di Marsha Linhean sulla genesi del Disturbo Borderline di Personalità è probabilmente il primo – e il più completo – ad aver evidenziato il ruolo della disregolazione emotiva in un particolare disturbo clinico (Linhean, 1993): questa concettualizzazione sta alla base dell’approccio terapeutico proposto dall’autrice, ovvero la terapia dialettico-comportamentale (DBT; Dialectical Behaviour Therapy; cfr. Linehan, 1993); per estensione, secondo la letteratura (Linehan, Bohus & Lynch, 2007) la DBT è ritenuta efficace anche quando vi siano problemi di reattività e vulnerabilità emozionale non per forza all’interno del disturbo borderline, poiché fornisce strategie utili per la regolazione delle emozioni. La DBT è un intervento clinico che bilancia la validazione e accettazione delle emozioni ritenute ingestibili e la spinta al cambiamento, in una sorta di “danza” continua del terapeuta con il paziente nel tentativo di normalizzare e accogliere i suoi vissuti, ma anche di portarlo gradualmente a interrompere i circoli viziosi, così da aiutarlo a cambiare la modalità di relazionarsi alle proprie emozioni, trovandone insieme di più adottive (cfr. Linhean, 1993; Linehan, Bohus & Lynch, 2007).

Superare la paura di sentire e “il pericolo delle emozioni” è possibile. Bisogna armarsi di grande pazienza, accettazione e determinazione. Farsi aiutare da un professionista non significa debolezza, tutt’altro, è segno di grande umiltà e auto-consapevolezza. Per sconfiggere la paura di venire travolti dalla “tempesta emotiva”, paradossalmente bisogna trovare il coraggio di passarci attraverso, se necessario con l’aiuto e il supporto della psicoterapia e di qualsiasi altra persona/passione/risorsa che possa rendere la camminata un po’ meno difficoltosa (cfr. Giannantonio, 2012).

Il cambiamento non è immediato ma preceduto da fasi di crisi. Se riflettiamo sull’etimologia della parola “crisi”, però possiamo coglierne anche una sfumatura positiva che rende il termine meno allarmante; essa deriva dal verbo greco “κρίνω” che significa “separare” e in senso più lato, “discernere, giudicare, valutare”. Il momento di “crisi”, cioè di riflessione, valutazione e discernimento, può trasformarsi nel presupposto, nella spinta necessari per un miglioramento.

E’ un lavoro lungo, fatto di passi avanti e cadute, per poi rialzarsi di nuovo, ma arrivare fino in fondo al percorso è l’opportunità per guadagnarsi una qualità di vita decisamente migliore. D’altronde il cambiamento è una costante; se ci pensate, citando un pezzo tratto dalla serie Grey’s Anatomy «l’energia, la materia cambiano continuamente, si trasformano, si fondono, crescono, muoiono. È il fatto che le persone cerchino di non cambiare che è innaturale, il modo in cui ci aggrappiamo alle cose come erano invece di lasciarle essere ciò che sono. Come viviamo il cambiamento, questo dipende da noi. Possiamo sentirlo come una morte o possiamo sentirlo come una seconda occasione di vita. Se apriamo le dita, se allentiamo la presa e lasciamo che ci trasporti, possiamo sentirlo come adrenalina pura, come se in ogni momento potessimo nascere ancora una volta».

Martina Giuliano12241451_10153650349030280_7700499968178829450_n

 

 

 

Bibliografia

Stralci di annotazioni tratti dal diario di una paziente con disturbo borderline di personalità (il nome chiaramente non è inserito per la tutela della privacy).

Giannantonio M. (2012) Paura di sentire. Come gestire il “pericolo” delle emozioni. Ed. Erickson.

Leahy R.L., Tirch D. & Napolitano L.A. (2013) La regolazione delle emozioni in psicoterapia. Guida pratica per il professionista. Ed. Eclipsi.

Leahy, R.L. (2007). Emotion and Psychotherapy. Clinical Psychology: Science and Practice, 14(4)

Linehan M.M. (1993) Cognitive-behavioral Treatment of Borderline Personality Disorder. New York: Guildford Press. Traduzione Ita.: Trattamento Cognitivo-Comportamentale del Disturbo Borderline. Milano, Raffaello Cortina Editore, 2011.

Linehan, M.M., Bohus, M. & Lynch, T.R. (2007) Dialectical behavior therapy for pervasive emotion dysregulation: Theoretical and practical underpinnings. In J. Gross (Ed.), Handbook of emotion regulation . New York: Guilford Press.

Nock, M.K. (2008). Actions speak louder than words: An elaborated theoretical model of the social functions of self-injury and other harmful behaviors. Applied and Preventive Psychology, 12(4)

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