L’MDMA in psicoterapia: un viaggio nella medicina psichedelica

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E’ possibile utilizzare l’ecstasy (MDMA) per contenere i sintomi da disturbo da stress post traumatico: questa la notizia messa in evidenza in un articolo pubblicato su The Guardian nel dicembre 2012. Parliamo, dunque, della possibilità di usufruire in ambito terapeutico degli effetti di una droga molto utilizzata oggi a scopi puramente ricreativi.

Storicamente, la sintesi di sostanze stupefacenti ha avuto spesso origine da ricerche in ambito medico: ne sono un esempio il farmacista tedesco Friedrich W. A. Sertürner, il quale isolò dall’oppio l’alcaloide principale e sintetizzò così la morfina. Altri chimici svilupparono poi sostanze della stessa famiglia (gli alcaloidi), come la codeina (1832) e l’atropina (1833). Nel 1859, il chimico e farmacista austriaco Albert Niemann, dell’Università di Göttingen, isolò l’alcaloide cocaina dalle foglie dell’arbusto coca (Erythroxylum coca, pianta originaria del Sud America) e propose egli stesso di promuoverne l’uso per una terapia della depressione, dell’asma e dell’obesità. (qui, e qui, invece parliamo degli effetti negativi di tale sostanza).

L’idea di usufruire dell’MDMA come elemento di sostegno in psicoterapia ha, anch’essa, origini remote. Alexander Shulgin, infatti, biochimico e farmacologo statunitense noto per aver riscoperto l’MDMA descrivendone gli effetti, ne sottolineò più volte il suo potenziale terapeutico dando il via ad una serie di sperimentazioni ancora oggi oggetto di dibattito (cfr. Shulgin, 1986). L’ipotesi risulta tuttora indubbiamente controversa. Che effetti possono avere somministrazioni di MDMA in psicoterapia? E In che modo essa può influenzarne l’esito? Proviamo a costruire una risposta ripercorrendo, in primo luogo, ciò che la letteratura scientifica ha da dirci sugli effetti di tale componente chimico.

Nel 1986, l’MD venne classificata come droga illegale e ogni tipo di sperimentazione terapeutica venne fermata. Allo stesso tempo, però, ne aumentò il consumo a scopo ricreativo. Peroutka e colleghi (1988), a riguardo, descrissero le esperienze vissute da alcuni studenti americani, visti andare in giro in gruppo per il loro campus universitario, gioiosi e sorridenti tenendosi per mano. In queste prime descrizioni vengono riportate sia esperienze positive (il sentirsi felici, euforici, caldi e accoglienti) sia esperienze non piacevoli con reazioni avverse. Ricerche successive associarono l’utilizzo di MDMA a diversi tipi di deficit di memoria e delle capacità cognitive superiori. Furono, infatti, segnalate delle correlazioni significative con disturbi del sonno, una ridotta immunocompetenza con cambiamenti neuro-ormonali, la soglia del dolore e dello stress alterata, depressione e altre forme di disagio psicologico.

In sintesi, negli ultimi 30 anni abbiamo assistito ad un graduale accumulo di prove scientifiche, le quali mettono in evidenza come l’utilizzo di ecstasy possa avere delle rilevanti implicazioni sul funzionamento cognitivo degli esseri umani. E’, tuttavia, importante sottolineare che gli effetti psicobiologici sono spesso modulati dalle condizioni ambientali in cui si trova il soggetto sotto l’effetto dello stupefacente (cfr. Parrott, 2004).

Diversi psicoterapeuti, a tal ragione, hanno suggerito che uno degli effetti principali di MDMA è quello di stimolare la nascita di pensieri e sentimenti profondi, normalmente preoccupanti per l’individuo. La rievocazione di questi di elementi psichici deve poi essere ben gestita tramite la guida professionale di uno psicoterapeuta. Così, l’MDMA può aiutare il paziente ad entrare in contatto con emozioni o ricordi dolorosi precedenti, e quindi facilitarne la loro rivalutazione.

Tuttavia, se questa è la principale dinamica terapeutica che si propone, allora non si possono non considerare potenziali pericoli. Ad esempio, esperienze terapeutiche MDMA-assististe sono state riportate da Greer e Tolbert (1986), descrivendo esperienze sia positive che negative nei loro 29 pazienti. Per ogni sessione venne somministrato al paziente 75-150 mg di MDMA, seguendo con una dose successiva più piccola per prolungare la sessione sperimentale. In particolare sono stati descritti, a titolo di esempio, due casi:

  • Un paziente ha sperimentato il riemergere di ricordi dolorosi e ansia invalidante, tanto sentirsi sopraffatto da emozioni indesiderate. In seguito, per affrontare i nuovi problemi emersi, si è rivelato necessario intraprendere un percorso terapeutico di tipo non farmacologico (e dunque senza MDMA).
  • Un altro paziente ha sviluppato problemi riguardanti l’appetito e la nutrizione. Infatti, come è noto, il sistema serotoninergico (stimolato dall’MDMA) è coinvolto anche nel controllo dell’appetito e del comportamento alimentare (cfr. Schifano 2000).

Il materiale psichico emergente può essere dunque difficoltoso da affrontare. Anche con psicoterapeuti esperti, i pericoli di una abreazione farmaco-indotta potrebbero verificarsi ancora. Greer e Tolbert (1986), infatti, misero in guardia contro l’uso di MDMA con individui psichiatrici e psicologicamente vulnerabili. Il farmaco venne considerato dagli stessi autori come solo aiuto per la terapia, sottolineando più volte come l’elemento terapeutico fosse l’elemento centrale. In conclusione, diverse questioni devono ancora essere affrontate prima che l’MDMA possa essere accettato come co-farmaco sicuro per la terapia.

In primo luogo, l’MD può stimolare la rievocazione di sentimenti e memorie traumatiche, le quali potrebbero risultare dolorose e angoscianti. In secondo luogo, il materiale emergente può essere suscettibile ad influenze ambientali e questo lo rende di difficile controllo. In attesa di nuove conferme sperimentali, non resta che domandarci in quale misura l’essere umano necessita di componenti chimiche dalle grosse connotazioni empatiche per tessere delle relazioni conoscitive con gli altri o, in questo caso, con se stesso. Rimanendo distanti da giudizi qualitativi sull’aspetto ricreativo, ci limitiamo a dubitarne riguardo l’aspetto professionale.


Roberto Gammeri0c74877


Info

 

 

 

Bibliografia

Greer, G. e Tolbert, R. (1986), Subjective reports of the effects of MDMA in a clinical setting. Journal of Psychoactive Drugs 18

Parrott, A.C. (2004), MDMA (3,4-methylenedioxymethamphetamine) or ecstasy: The neuropsychobiological implications of taking it at dances and raves. Neuropsychobiology 50

Peroutka, S.J., Newman, H. e Harris, H. (1988), Subjective effects of 3,4-methylenedioxymethamphetamine in recreational users, in Neuropsychopharmacology 1

Shulgin, A.T. (1986), The background and chemistry of MDMA, Journal of Psychoactive Drugs, 18

Purves, D., Augustine, J. G., Fitzpatrick, D., Hall, W. C., LaMantia, A.S., Leonard E. White (2013), Neuroscienze, Zanichelli

Sitografia

“MDMA could be effective in treating post-traumatic stress disorder – study” su The Guardian http://www.theguardian.com/science/2012/dec/27/mdma-ecstasy-post-traumatic-stress-disorder

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