“Non ho niente contro di te, ma…”: 3 modi per discriminare e non saperlo

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Immagine realizzata da Darinka

Nell’attuale clima politico e sociale l’azione discriminatoria è particolarmente spiccata; basti pensare all’utilizzo palese di espressioni di stampo razzista e sessista, facilmente riscontrabili nei messaggi veicolati dai mass-media e dai social networks. Eppure, questo tipo di episodi rappresenta soltanto la componente esplicita di questo tipo di comportamento, basata sull’abbondante uso di stereotipi.

Per analizzare allora il versante più implicito e celato di questa forma comportamentale, è prima necessario comprendere come si genera l’atto discriminatorio. In breve, esso si fonda sul processo di stereotipizzazione, che prevede la schematizzazione di, ad esempio, un individuo o un gruppo di persone, fino a tracciare una vera e propria “scorciatoia cognitiva” da intraprendere ogni volta che vogliamo farci una rapida idea su qualcosa o qualcuno. Infatti, trattasi proprio di una forma comune, diffusa, naturale ed adattiva di semplificare il mondo che fa comodo a chiunque di noi.

Passare tuttavia, dallo stereotipo al pregiudizio è di una facilità estrema. Quest’ultimo invece è proprio una tendenza sistematica, che si auto-alimenta e che si configura come una generalizzazzione “falsa e inflessibile”, così come G. Allport la definisce.

Si parla perciò di una sorta di giudizio formulato prima di una conoscenza diretta dell’oggetto.

Nel caso dei gruppi, Brown (1995), lo inquadra come processo che porta a giudicare un individuo semplicemente sulla base della sua appartenenza al gruppo sociale. Ed è proprio qui, soprattutto nei contesti sociali, che come una terribile appendice del pregiudizio, prende forma la discriminazione.

Dunque, tornando al versante di questo fenomeno che è invece più implicito, la psicologia e la pedagogia sociale hanno rilevato che pregiudizi e discriminazione, nelle nostre comunità, si esprimono spesso e volentieri in maniera sottile, nascosta, anche a noi stessi che potremmo esserne facilmente artefici inconsapevoli. Come accorgersene allora?

Esistono tre particolari forme di comportamento che possono celare pregiudizi di fondo e condurre a discriminazione:

1. La riluttanza ad aiutare: è l’incapacità di aiutare altri gruppi in qualsiasi modo che possa favorire il miglioramento della loro condizione sociale. Rimanere dunque indifferenti di fronte ai bisogni di categorie altre.

2. Il tokenism: è una concezione, che si traduce nell’agire positivamente a favore di membri appartenenti al gruppo di minoranza, mossa però dall’esclusivo pensiero: “ Non disturbatemi, ho già fatto abbastanza.” In questo modo è semplice sviare le possibili accuse di discriminazione da noi stessi.

3. Il razzismo cosiddetto “moderno”: questo, assume due sfumature diverse. Una è quella simbolica, che presenta a sua volta quattro dimensioni. La prima è negare che ancora esista la discriminazione razziale; segue la convinzione che le persone appartenenti ad altri contesti culturali dovrebbero impegnarsi di più per ottenere ciò di cui hanno bisogno; poi definire eccessive le richieste di questi individui ed ancora credere che i traguardi da loro conquistati siano immeritati. Un’altra è la forma ambivalente, riferita alla presenza di emozioni e opinioni polarizzate nei confronti di un gruppo differente a cui apparteniamo. Questa ambivalenza può tradursi tanto in una esaltazione delle caratteristiche positive del gruppo, o peggio, quanto in una denigrazione sfrontata delle azioni negative ad esso attribuibili.

Una volta presa coscienza di queste forme in filigrana e forse più subdole di discriminazione, è bene tenere presente anche che è proprio intervenendo a partire dalla formulazione di stereotipi e pre-giudizi che si possono consapevolmente modificare le nostre scorciatoie cognitive e moderare il comportamento anti-sociale che ne può scaturire.

Con questa premessa è allora possibile suggerire delle strategie per prevenire il comportamento discriminatorio. Innanzitutto, a fronte del distacco emotivo e dell’indifferenza verso l’altro, è sempre opportuno praticare empatia: mettersi nei panni altrui permette spesso di cambiare la propria prospettiva. In secondo luogo, educare alla diversità come ricchezza e non come condizione da cui prendere le distanze, è il messaggio che solo una pedagogia consapevole può veicolare con successo. Consapevole proprio di quali sono e possono essere oggi i peggiori risvolti della discriminazione, a partire dalla più generica antipatia “a pelle”, fino a generare bullismo e condurre all’emarginazione di qualsiasi categoria sociale e dell’individuo che in quel determinato contesto la rappresenta.

Solo la commistione di queste pratiche può favorire l’incontro con il diverso e un contatto che soddisfi determinate condizioni, così che lo scambio sia costruttivo. E’ necessario prendere confidenza con questi strumenti, i più adatti a ridurre l’ignoranza – presupposto del pregiudizio – e a favorire l’opportuna apertura mentale che oggi, più che mai, l’attuale panorama socio-politico ci domanda.

Federica Mozzali

Info

Bibliografia

Voci, Pagotto, Il pregiudizio. Cosa è e come si riduce, Laterza, 2010

Brown, Prejudice. Its social psychology. Oxford, 1995.

Hogg, Vaughan, Psicologia Sociale. Teorie ed applicazioni. Perason, 2012.

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