Veganesimo e ortoressia: esiste una linea di confine?

 

13503116_1766761220275378_107842806120071676_o

Immagine realizzata da Enrica Falco

Essere vegani significa sposare un pratica filosofica, ideata da Donald Watson nel 1944, basata su uno stile di vita fondato sul rifiuto di qualsiasi forma di sfruttamento animale nei limiti del possibile e del praticabile. La persona che sceglie di seguire il veganesimo lo fa prevalentemente per motivi etici e, attraverso dei modelli nutrizionali vegetariani, sostituisce la carne con altri alimenti che hanno un valore simile a livello di proteine e altre sostanze che altrimenti sarebbero carenti. Esiste però un un lato oscuro del veganismo, una sua deriva che può essere considerata un vero e proprio disturbo. Esso è chiamato “ortoressia”, caratterizzato da un’ossessione verso il mangiare sano che spinge ad eliminare un certo gruppo di cibi essenziali per una dieta equilibrata.

Ma come si distingue il veganesimo dall’ortoressia?

Di base, sia nell’ortoressia che nel veganesimo esiste una restrizione alimentare, e per questo a volte le due pratiche vengono spesso associate. Qui cercheremo di vedere quali sono i confini che rendono il veganesimo una libera scelta, condivisibile o meno, e l’ortoressia una patologia. All’esordio, spesso, l’ortoressia è simile al veganesimo, dove ci si impone delle restrizioni per motivi etici. Ma in questo caso, le restrizioni diventano con il tempo più ampie e le sostanze nutritive non assunte non vengono più compensate. Visto il carattere ossessivo e la mancanza di attenzione verso la propria salute, l’ortoressia è stata annoverata tra i disturbi alimentari ed è stata inserita nel manuale diagnostico e statistico dei disturbi alimentari (DSM V) come disturbo evitante/restrittivo nell’assunzione di cibo. Bratman fu il primo, nel 1997, a coniare il termine ortoressia (dal greco orthos, corretto e orexis, appetito) correlando le restrizioni alimentari ad una paura maniacale di ingrassare o di non essere perfettamente in salute.

Nel DSM V (2015) l’ortoressia viene inserita nell’ambito dei disturbi alimentari e vengono definiti i criteri diagnostici e le caratteristiche che la distinguono. Il disturbo evitante/restrittivo nell’assunzione di cibo è così definito nel DSM V:

  • Una anomalia dell’alimentazione e della nutrizione che si manifesta attraverso una persistente incapacità di assumere un adeguato apporto nutrizionale e/o energetico, associata con una o più delle seguenti:
    1) Significativa perdita di peso o nei bambini incapacità a raggiungere il peso relativo alla crescita.
    2) Significativa carenza nutrizionale.
    3) Dipendenza dalla nutrizione enterale o da supplementi nutrizionali orali.
    4) Marcata interferenza col funzionamento psicosociale.
  • Il disturbo non èconnesso con la mancanza di cibo o associato a pratiche culturali.
  • Il disturbo non si manifesta esclusivamente nel corso di anoressia o bulimia nervosa e non vi è evidenza di anomalia nel modo in cui sono percepiti il peso e la forma del proprio corpo.
  • L’anomalia non è meglio attribuibile a una condizione medica o ad un altro disturbo mentale. Se il disturbo alimentare si manifesta nel corso di un altro disturbo, la sua importanza supera quella del disturbo di base e richiede attenzione clinica.

La prima differenza tra veganesimo e ortoressia è già visibile nel primo criterio diagnostico, cioè nell’incapacità di assumere e mantenere un adeguato apporto nutrizionale ed energetico, e nella mancanza di interesse per il cibo. Nel 2013 (cfr. Dyett e altri, 2013) uno studio americano che ha indagato sugli stili di vita di 100 vegani negli Stati Uniti, ha mostrato come il 47% degli intervistati avesse scelto di abbandonare il consumo di carne per motivi di salute, mentre solo l’11% delle persone dichiaravano di averlo fatto per motivi etici come il rispetto per gli animali.

Coloro che scelgono una dieta vegana per motivi di salute mirano ad uno stile di vita più sano, includendo nella loro alimentazione maggiori quantità di frutta e verdura (cfr. Radnitz et al., 2015). A differenza dell’ortoressia, quindi, non è presente una mancanza di interesse per il cibo ma uno spostamento su alimenti ritenuti più salutari e una ricerca attenta di altenative che abbiamo un valore nutrizionale equivalente a quello dei cibi eliminati dalla dieta.

I criteri diagnostici per l’ortoressia sottolineano che le persone affette da questa patologia non sono interessati a temi etici e culturali, che invece sono la seconda motivazione per cui si sceglie di diventare vegani. La maggior parte dei vegani inizia a seguire questa dieta per ragioni di salute, mentre nell’ortoressia la persona comincia a scartare tutti quei cibi che, nella sua mente, sono contaminati da svariati fattori chimici e/o ambientali, passa molte ore a pensare al cibo e a come prepararlo in modo da renderlo puro, e con il proseguimento della patologia è sempre più portato verso l’isolamento (Monaco, 2016).

Un altro punto di differenza tra vegani e ortoressia, infatti, riguarda proprio la compromissione del funzionamento psicosociale. Come per altri disturbi alimentari, chi soffre di ortoressia tende a chiudersi nel suo mondo mettendo un muro tra se stesso e l’esterno. I vegani non cercano l’isolamento anzi spesso sono coinvolti in diversi eventi che mirano a diffondere la cultura vegana, o comunque non sono ritirati dalla società. Il disturbo evitante/restrittivo del cibo, in molti casi ha inizio già durante l’infanzia; alla base ci potrebbero essere disturbi dell’attaccamento, disturbi dello spettro autistico che possono comportare anche un’alterazione della sensibilità sensoriale, fobie specifiche, fattori ambientali come l’ansia familiare, storia di disturbi medici. Al di là dei fattori ambientali, non esistono studi significativi che dimostrino la correlazione tra qualche tipo di disturbo specifico e il seguire una dieta senza carne.

Per tornare alla domanda iniziale su quale sia la linea di confine tra ortoressia e veganesimo, si può rispondere che essa sia rappresentata dal tipo di scelta. Si può scegliere di essere vegani in maniera sana, ma quando la scelta diventa ossessione e le restrizioni sono sempre più a discapito della salute, parliamo di patologia e quindi di ortoressia. In conclusione il veganesimo, in personalità predisposte, potrebbe essere visto come uno dei fattori scatenanti o una fase iniziale della patologia, tuttavia attualmente non esistono studi che provino una correlazione diretta tra le due condizioni.

Manuela Giovenchi

 

Bibliografia

American Psychiatric Association (2014), DSM 5 Manuale diagnostisco e statistico dei disturbi mentali, Raffaele Cortina editore

Dyett, P. A, Sabatè J., Haddad, E., Rajadam S., Shalwik , D. (2013) Vegan lifestyle behaviors: an exploration of congruence with health-related beliefs and assessed health indices. Appetite, 2013

Musolino, C., Warin, M. , Wade T. ,Gilchristh (2015) , ‘Healthy anorexia’: The complexity of care in disordered eating. Soc Sci Med. 2015

Radnitz, C, Beezhold, B., Di Matteo, J. (2015) Investigation of lifestyle choices of individuals following a vegan diet for health and ethical reasons. Appetite, 2015

Sitografia

Monaco,M., (2016) L’ortoressia: la ricerca ossessiva di alimenti sani. Disponibile su Url http://www.benessere.com/psicologia/arg00/ortoressia.htm

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.