È vero che “chi disprezza compra”? Il meccanismo psicologico della dissonanza cognitiva

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Immagine realizzata da Enrica Falco

Un vecchio adagio recita “chi disprezza compra”: è davvero possibile arrivare ad apprezzare (e anche di buon grado!) ciò che all’inizio ci faceva storcere il naso? Proviamo a rifletterci un passo alla volta. Alla base del problema vi sono i nostri atteggiamenti, in quanto ognuno di noi possiede il suo scrigno personale a cui va ad attingere continuamente. Situazioni, eventi, persone, modi di fare che amiamo o a cui abbiamo dichiarato guerra: in ogni momento della giornata vediamo all’opera un atteggiamento preciso. Un atteggiamento può essere definito come una qualsiasi opinione personale che contenga un giudizio di valore, ad esempio “tradire è sbagliato”, “i cibi fritti non fanno bene” oppure “solo i ragazzini fastidiosi giocano a pallone in mezzo alla strada”. Cosa succede però se, per i più svariati motivi, dobbiamo agire in controtendenza con esso? Per lavoro, per compiacere qualcuno o per altri fattori contingenti, prima o poi capita di fare qualcosa che dicevamo non avremmo fatto mai.

Indipendentemente da quale sia la causa, se in quel momento non abbiamo una giustificazione sufficientemente forte per andare contro ai nostri atteggiamenti, sperimentiamo quella che Festinger ha chiamato dissonanza cognitiva. La dissonanza cognitiva è quello stato poco gradevole che nasce dall’incongruenza che si è venuta a creare tra il nostro atteggiamento di base e quello che abbiamo realmente fatto. Siamo andati a cena in quel ristorante dove dicevamo non avremmo mangiato mai; abbiamo passato una serata noiosa ma abbiamo raccontato che ci siamo divertiti tantissimo; avevamo giurato massima schiettezza alla nostra migliore amica ma quando abbiamo visto il suo ragazzo flirtare con un’altra siamo state zitte. Nella nostra vita quotidiana, esempi così si sprecano.

Secondo autori come Zanna e Cooper, essa si manifesta alla nostra percezione sotto forma di arousal, ovvero di un’attivazione spiacevole a carico del nostro sistema vegetativo: accelerazione del battito cardiaco, aumento della sudorazione, affanno o irrequietezza che, per far sì che vengano interpretati come manifestazioni della dissonanza, è necessario che siano attribuiti all’incoerenza che abbiamo appena messo in atto. Dobbiamo cioè essere consapevoli che quello stato fastidioso di attivazione sia dovuto esclusivamente al nostro comportamento contro attitudinale, non ad altro.

A questo punto, secondo Festinger, saremmo naturalmente portati ad eliminare questo stato poco piacevole causato dalla dissonanza. Per passare allo step successivo la discriminante fondamentale è la giustificazione che riusciamo a darci. “Per quale motivo sono andato contro al mio atteggiamento?”: se la risposta è tale da fornirci una motivazione valida che ci fa sentire congruenti almeno con un altro valore importante per noi, la dissonanza neanche viene esperita e non ci saranno conseguenze ulteriori. Ad esempio, se veniamo pagati molto bene per o se lo facciamo per una causa di ordine superiore, come le famose “bugie a fin di bene”. Al contrario, se ci ritroviamo a mettere in atto un qualsiasi comportamento contro attitudinale senza una motivazione adeguata è là che cadiamo vittime della dissonanza, per via dell’effetto della giustificazione insufficiente.

Come risolviamo il conflitto, secondo Festinger? Semplicemente cambiando atteggiamento. Questa modifica avviene solo in mancanza di una giustificazione adeguata ed è del tutto sensata, in quanto diventa la strategia che ci permette di stare in pace con noi stessi.

Proviamo per un attimo a fare una riflessione riflettere su quanto la dissonanza possa essere connessa con alcune condotte devianti: può capitare, soprattutto tra gli adolescenti, di adottare comportamenti contrari rispetto ai propri atteggiamenti e tutto questo magari solo per il desiderio di essere più accettati. Bere smisuratamente, condurre una vita eccessiva o addirittura mettere in atto azioni violente. Applicando la teoria di Festinger a questi esempi, modificare l’atteggiamento in modo favorevole verso certe condotte diverrebbe la naturale conseguenza e potrebbe, almeno in parte, spiegare tali cambiamenti di rotta.

Se ben utilizzata, la dissonanza tuttavia può permetterci di fare grandi cose. Lo sapeva bene Benjamin Franklin  che, consapevole di avere un potente avversario politico al quale non stava molto simpatico, decise di scrivergli una raffinata lettera con cui gli chiedeva in prestito un libro molto raro. Di fronte a questa richiesta l’avversario non seppe dire di no e dopo l’episodio diventarono grandi amici, rimanendo tali per tutta la vita. Cos’aveva innescato Franklin nella testa dell’altro con questo gesto? Semplicemente aveva “dato il la” ad un meccanismo di dissonanza cognitiva: quell’uomo aveva appena prestato un libro di valore inestimabile ad una persona che non gli piaceva affatto! Non potendo ignorare questo episodio, avrebbe sofferto ogni volta che il pensiero gli avesse riattraversato la mente. In alternativa, poteva sempre cambiare atteggiamento nei suoi confronti…

Alla luce di tutto ciò, quindi, spesso è vero che “chi disprezza compra”, perché, una volta infranto un atteggiamento senza motivazione valida, la dissonanza è sempre in agguato.

Gloria RossiGloria Rossi

Info

 

 

 

Bibliografia

Gray, P. (2012), Psicologia. Bologna: Zanichelli.

Mannetti, L. (2002), Psicologia Sociale. Carocci: Roma.

Revlin, R. (2014), Psicologia cognitiva. Teoria e pratica. Bologna: Zanichelli.

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