Essere uomo equivale ad essere violento?









<<Nelle dinamiche della violenza anche la società ha un ruolo,
in quanto essa è caratterizzata da modelli culturali, religiosi e stereotipati che
formano una base e una sorta di “rimozione sociale” del problema.>>
(Deriu, 2012)

È da circa 20 anni che la ricerca sul tema della violenza di genere ha compreso al suo interno anche una riflessione sulle mascolinità (Eckman et al. 2007). La ricerca riconosce infatti la complessità che intercorre nel rapporto uomo-violenza e del ruolo che la cultura e la società hanno al riguardo.

La violenza, spesso, viene concepita come innata e biologicamente determinata¹. Una considerazione di questo genere può risultare semplicistica e rischia di complicare le cose. Pensare, infatti, che l’aggressività sia una caratteristica intrinseca all’essere umano e che l’uomo sia, per sua natura, più dominante e violento rispetto alla donna, può portare a considerare un eventuale cambiamento difficile e pressoché impossibile (Douglas, 1993). Si rischia, inoltre, di giustificare la disuguaglianza di genere, in quanto impostazione “naturalmente legittimata”.

La violenza contro le donne è un fenomeno ampio e tristemente diffuso. Un’indagine ISTAT del 2014 riporta che 6 milioni 788 mila donne “hanno subito nel corso della propria vita una qualche forma di violenza fisica o sessuale” (Istituto nazionale di statistica, 2014, p.2). Secondo uno studio condotto dall’Eures – Istituto di ricerche economiche e sociali – le donne uccise in Italia nel decennio 2005-2015 sono state 1740; quasi il 70% degli omicidi sono stati commessi all’interno della coppia, mentre nel 25% dei casi per mano di un ex partner.

La violenza consumata all’interno della coppia (recentemente definita IPV – Intimate Partner Violence) è “un pattern di comportamenti in cui un partner intimo costringe, domina o isola l’altro partner, al fine di mantenere il potere e il controllo della relazione” (National Coalition of Anti-Violence Programs – NCAVP, 2013, p. 12).

Nonostante la definizione non faccia riferimento al genere dei soggetti quando si sente parlare di violenza domestica è quasi automatico pensare a una qualche forma di violenza agita da un uomo verso una donna, all’interno di una coppia eterosessuale². In questo senso, una riflessione sulla violenza di genere non può prescindere da un discorso che si impegna ad affrontare il modo in cui i ruoli sociali contribuiscono al fenomeno stesso. È, quindi, necessario considerare anche i processi di socializzazione maschile e il ruolo che le mascolinità, in particolare quella egemonica, hanno nella promozione della violenza.

Cosa è la mascolinità egemonica?

Il termine è stato usato per la prima volta nel 1987 da Connell (Connell, 1987), e indica l’insieme di atteggiamenti e pratiche sociali che caratterizzano la comunità maschile e che contribuiscono alla disuguaglianza di genere sia nei confronti delle donne, che dei gruppi maschili minoritari (persone della comunità LGBTQIA+³, persone di altre etnie o con status socio-economico più basso).

“Essere uomo” nella cultura occidentale

Il modello di mascolinità egemonica della cultura occidentale può riguardare, l’essere competitivi, ricercare il successo e il potere (Makowski e Maton, 2010 ), essere ambiziosi, forti, indipendenti, autosufficienti, saper credere in se stessi e correre dei rischi (Bozkurt, Tartanoglu, Dawes, 2015). Tutte queste caratteristiche, socialmente attribuite alla figure maschile, permettono stili di vita e comportamenti diversi rispetto a quelli pensati per la donna. Spesso ragazzi e giovani uomini vengono incoraggiati e sostenuti, più che le ragazze, nella loro carriera universitaria o lavorativa.

Nel modo in cui è costruita la società Occidentale contemporanea questo tipo di mascolinità può certamente privilegiare gli uomini ma può anche danneggiarli.

Il modello di mascolinità, infatti, non porta con sé solamente aspetti “positivi”, comprende anche l’essere aggressivi, dover sopprimere le proprie emozioni, essere distaccati emotivamente da altri uomini, essere competitivi, in alcuni casi anche essere omofobi (Makowski e Maton, 2010 ) e non aver paura di correre dei rischi (Bozkurt, Tartanoglu, Dawes, 2015). Alcune pratiche sociali e comportamenti rischiosi per la salute vengono spesso accomunati all’idea di virilità, tra questi troviamo: bere alcolici, fumare, infrangere limiti di velocità alla guida, non indossare casco o cintura di sicurezza, non preoccuparsi della propria salute, reprimere le proprie emozioni ecc.

Stereotipi, pregiudizi e aspettative circa quello che dovrebbe essere il ruolo maschile si possono quindi tradurre in pressioni sociali da parte di amici, familiari, colleghi (o più semplicemente da parte della società). Pressioni che portano con sé un messaggio abbastanza chiaro:“comportati da uomo” e “non fare la femminuccia”. Dalla dicotomia creatasi tra uomo e donna se ne sono poi declinate altre, caratterizzate dall’attribuzione di un valore positivo a tutto ciò che è “maschile” e di un valore di inferiorità tutto ciò che è “femminile” (potente/debole, aggressivo/passivo, logico/intuitivo, razionale/irrazionale ecc.)

Ma perché gli uomini dovrebbero contribuire al mantenimento di un sistema capace di danneggiarli?

Come sostiene Douglas (1993) la risposta si trova nel rapporto che gli uomini hanno avuto e continuano ad avere con le donne. Sostanzialmente gli uomini sono beneficiari (consapevoli e non) del sistema di subordinazione della donna.

La crisi della mascolinità

I cambiamenti sociali derivanti dalle lotte femministe hanno iniziato, però, a far vacillare il ruolo maschile per come era conosciuto (Mankowski, Maton 2010), mostrando come gli stereotipi legati al genere non siano altro che credenze culturalmente determinate, socialmente accettate e tramandate da generazione in generazione. Ma che conseguenze ha avuto questo processo per il ruolo maschile?

Il presente momento storico vede il machismo (mascolinità egemonica) al suo tramonto (Fernandez-Alvarez, 2014). Il machismo sarebbe destinato a scomparire non tanto perché ingiusto o sgradevole, ma perché obsoleto e non conforme alla direzione delle relazioni sociali, economiche e lavorative del mondo moderno. Come può, infatti, un uomo che non chiede, autoritario, potente e direttivo vivere/adeguarsi/conformarsi in una società sempre più democratica, aperta al dialogo, al rispetto delle diversità e alla promozione dell’accoglienza? Quando il modello di uomo proposto dalla società occidentale viene messo in discussione si può parlare di crisi della mascolinità. Secondo alcuni studi, da questa crisi scaturirebbe il MGRS- Masculine Gender Role Stress (Gallagher, Parrott, 2011).

Se il senso di virilità e il ruolo sociale vengono messi in discussione, gli uomini che vivono il MGRS possono tentare di riappropriarsi del potere e del ruolo che pensano sia proprio attraverso comportamenti aggressivi. In altre parole il modello di uomo insegna a ragazzi e giovani adulti a reagire in determinati modi spesso caratterizzati da violenza e aggressività. Non insegna ad elaborare le proprie emozioni o comunicarle ad altri. Le persone tentano di riacquisire il proprio status di potere poiché la perdita del ruolo sociale può comportare l’emarginazione, la stigmatizzazione, la derisione o l’esclusione da parte del gruppo sociale.

Gli uomini oggi possono quindi trovarsi davanti a messaggi sociali tra loro opposti. Se da una parte si promuove la parità di genere e si affronta, finalmente, il tema in più ambiti (scuola, politica, televisione, social network ecc), dall’altra il senso comune continua a tramandare una cultura machista, sessista ed eteronormativa che si aspetta dall’uomo un certo modo d’essere. Per questi motivi la ricerca, da anni, non affronta più la violenza di genere intervenendo “solamente” con le donne vittime di abusi, ma affronta il tema ampliando il proprio campo di interesse. Ne è un esempio l’attuazione di programmi di prevenzione o di intervento con uomini che hanno agito o agiscono violenza nei confronti delle donne.

I lavori di prevenzione spesso promuovono un modello di uomo alternativo a quello dato dalla cultura machista. Tale obiettivo, permette di far conoscere a ragazzi e uomini mascolinità alternative e insegnare loro comportamenti, modi di relazionarsi, di comunicare e strategie per gestire le proprie emozioni che si allontanano dal polo dell’aggressività e della violenza.


Manuela Anna Pinducciu

Laureata in Scienze e Tecniche Psicologiche presso l’Università degli studi di Cagliari

Informazioni, contatti e articoli dell’autrice a questo link





1. Per una rassegna circa le concezioni della violenza: Zamperini, A., 2014, La bestia dentro di noi, 1st ed. Bologna, il Mulino

2. Per approfondire l’argomento circa l’IPV nella comunità LGBT https://williamsinstitute.law.ucla.edu/wp-content/uploads/Intimate-Partner-Violence-and-Sexual-Abuse-among-LGBT-People.pdf

3. Lesbiche, Gay, Bisessuali, Transgender, Queer, Intersex, Asessuali (Allies)

Bibliografia:

Bozkurt, V., Tartanoglu, S., & Dawes, G. (2015). Masculinity and Violence: Sex Roles and Violence Endorsement among University Students. Procedia-Social and Behavioral Sciences, 205, 254-260.

Connell, R., 1987, Gender and Power: Society, the Person and Sexual Politics, Palo Alto, University of California Press

Deriu, M., 2012, Il continente sconosciuto. Gli uomini e la violenza sconosciuta. Regione Emilia-Romagna

Fernández-Álvarez, O. (2014). Non-hegemonic Masculinity against Gender Violence. Procedia-Social and Behavioral Sciences, 161, 48-55.

Gallagher, K. E., Parrott, D. J. (2011). What accounts for men’s hostile attitudes toward women?: the influence of hegemonic male role norms and masculine gender role stress. Violence Against Women, 17(5): 568-583.

Mankowski, E. S., Maton, K. I., (2010). A community psychology of men and masculinity: Historical and conceptual review. American journal of community psychology, 45 (1-2), 73-86.

Sitografia:

Douglas, P., 1993, “Men=Violence, a pro feminist perspective on dismantling the masculine equation” in Paper presented at Second National conference on Violence convened by the Australian Institute of Criminology and held in Canberra, 15-18 www.aic.gov.au/conferences/ncv2/

Eckman, A., Jain, Kambou S. D., Bartel, D., Crownover, J., (2007), Exploring Dimension of masculinity and violence, Western Balkan Gender-Based Violence Prevention Initiative
www.icrw.org/publications/exploring-dimensions-of-masculinity-and-violence/

ISTAT, 2014, www.istat.it/it/archivio/161716 NCAVP, 2013, http://avp.org/storage/documents/2013_ncavp_ipvmediarealfinal.pdf

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