Il Palio si corre tutto l’anno. Dentro Siena e le sue contrade




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«Il Palio non è una manifestazione riesumata ed organizzata a scopo turistico: è la vita del popolo senese nel tempo e nei diversi suoi aspetti e sentimenti». Con questa frase si apre la prima sezione del sito ufficiale del Palio di Siena, attraverso la quale i curatori si premurano di sottolineare che questa manifestazione, benché possa essere percepita “dall’esterno”, ovvero da coloro che vi assistono da spettatori, come un evento folklorico, rappresenta anche la vita sociale quotidiana della città. Secondo Don Handelman uno dei maggiori studiosi di antropologia degli eventi pubblici, questi ultimi sono importanti perché costituiscono «una densa concentrazione di simboli e delle loro associazioni, che sono rilevanti per delle specifiche persone» [Handelman, 1990:9]. In tali occasioni, infatti, i codici culturali, che di solito sono diffusi e sommessi nell’ordine mondano delle cose, sono saldamente legati al comportamento esibito. Per l’etnografo, d’altra parte, gli eventi pubblici si configurano come «punti privilegiati di penetrazione negli universi sociale e culturale» [Handelman, 1990:9].
Innanzitutto bisogna specificare che con il termine “palio” si intende sia la famosa corsa di cavalli, che lo stendardo vero e proprio, il quale viene consegnato al vincitore della corsa1. Fin dal secolo XIII in molte città d’Italia si tenevano corse di cavalli con palii in premio. Secondo i documenti più accreditati, a Siena il primo riferimento storiografico al palio risale al 1238, tuttavia diversi studiosi ritengono che questa tradizione fosse, in quell’epoca, già piuttosto consolidata2.
Solitamente la corsa del palio segnava il culmine dei festeggiamenti in onore di una santo, ma il palio si poteva correre anche per altre ragioni: la celebrazione di un evento straordinario o l’arrivo di una persona illustre in città; la decisione di una singola contrada, cioè di uno solo dei settori della città, di patrocinare un palio per poi invitarvi le altre contrade a partecipare; l’organizzazione di un palio al di fuori delle mura di una città costretta in assedio, per prendersi gioco degli assediati. Anche se l’usanza di indire un palio straordinario si è mantenuta fino ad oggi, attualmente le date ufficiali sono due: il 2 luglio e il 16 agosto, date connesse alla figura della vergine Maria, emblema della città di Siena. Il palio del 2 luglio viene corso in onore della Madonna di Provenzano, in occasione della Festa della Visitazione, mentre quello del 16 agosto è in onore dell’Assunta (cfr. Dundes e Falassi, 2014).

Ma cosa rende questo evento di vitale importanza per la città di Siena, tanto da portare autori come Dundes e Falassi a sostenere che è impossibile pensare ad essa senza fare riferimento al Palio, così come non si può concepire il Palio al di fuori del contesto di Siena? In effetti, un turista o uno spettatore esterno non può rendersi conto che esso non dura solo un minuto e mezzo (la durata effettiva della corsa), ma che «il palio si corre tutto l’anno» (cfr. Dundes e Falassi, 2014). Con questa metafora i Senesi si riferiscono al fatto che una volta conclusa la manifestazione (e i relativi festeggiamenti da parte dei vincitori), il palio e la sua organizzazione non vengono assolutamente trascurati. D’altra parte, i preparativi per l’anno a venire (dalle varie forme di raccolta fondi ai tentativi di ricavare informazioni utili sulla situazione dei cavalli e dei fantini) cominciano subito dopo la chiusura dell’evento.
Durante il periodo dell’anno in cui il Palio “è lontano”, che Alice Logan chiama allegoricamente peacetime, in opposizione al wartime, a ridosso dell’evento (cfr. Logan, 1978), lo spirito della manifestazione viene vissuto, in modo meno visibile ma ugualmente intenso, dalla contrade, che rappresentano, con i loro abitanti, le vere protagoniste, gli “attori sociali”. Si può sostenere che il palio sia «la pubblica arena nella quale ogni contrada può mettere in mostra la propria identità», poiché «mentre il mondo esterno può pensare che i Senesi sono cittadini di Siena, i Senesi sanno benissimo che ogni individuo appartiene prima alla contrada, e poi alla città» [Dundes e Falassi, 2014:21].

Siena ha una popolazione di meno di sessantamila abitanti i quali, prima che alla città stessa, sentono di appartenere ognuno a una delle diciassette contrade che la compongono. Le contrade sono delle unità territoriali ben definite, ognuna con un proprio nome, con confini geografici precisi, un’amministrazione indipendente e una propria chiesa che fa capo al santo patrono di ciascuna (cfr. Logan, 1978). Ognuna di esse ha inoltre dei propri colori e un simbolo o un gruppo di simboli di riferimento, da cui si originano il nome e la bandiera.

La maggior parte di questi simboli sono animali (veri o immaginari). Ciascuna contrada, poi, fa riferimento, dal punto di vista territoriale, all’antica divisione della città di Siena in tre terzi: Terzo di Città, Terzo di San Martino, Terzo di Camollia3. Sebbene sia attestata l’esistenza, in passato, anche di ulteriori, le contrade dal 1729 sono le seguenti:

  1. Terzo di Città: Aquila, Chiocciola, Onda, Pantera, Selva, Tartuca;
  2. Terzo di San Martino: Civetta, Leocorno, Nicchio, Torre, Valdimontone;
  3. Terzo di Camollia: Bruco, Drago, Giraffa, Istrice, Lupa, Oca.

All’interno della contrada vigono consuetudini che la accomunano a una società di mutuo soccorso (cfr. Dundes e Falassi, 2014): i contradaioli che lo necessitino spesso ricevono dalla contrada aiuti morali, ma anche materiali, di solito senza bisogno di chiedere. Inoltre le finanze della contrada sono alimentate da quote di protettorato, da donazioni, contributi, e da tutta una serie di forme di autofinanziamento.
È facile dunque rendersi subito conto di quanto essa sia centrale nella vita sociale dei suoi componenti. All’interno della contrada viene sempre sottolineato il senso di reciprocità tra i contradaioli: tutte le differenze a livello economico, sociale, ideologico, vengono limate dallo spirito comunitario della contrada.
I sentimenti di solidarietà e unicità tra i contradaioli vengono coltivati anche (e in modo meno artificioso) attraverso la rivendicazione di legami territoriali, in particolar modo con l’associazione degli individui ad un luogo specifico appartenente alla contrada. Di solito si tratta di una strada, ma non v’è una necessaria corrispondenza. L’ingresso a una contrada è inoltre segnato metaforicamente dall’accesso attraverso una entrata particolare: queste entrate sono “metaforiche” e non “ufficiali”, nel senso che non hanno delle caratteristiche architettoniche che suggeriscono questo loro significato (cfr. Dundes e Falassi, 2014).

Per spiegare l’importanza che la contrada ha nella vita di un individuo, si può ricorrere a una delle categorie classiche dell’antropologia, quella di “riti di passaggio”. Ognuna delle fasi salienti della vita di ciascun individuo, proprio come previsto dal tale istituto etnologico, rientra nella giurisdizione della contrada, al punto che quest’ultima «dalla nascita alla morte, dalla culla alla bara, […] partecipa attivamente a ciascuna di queste svolte cruciali» [Dundes e Falassi, 2014:38]. Tra le varie fasi la nascita è senza dubbio una delle più significative: si pensi che in origine questa rappresentava addirittura l’unico criterio attraverso cui stabilire l’appartenenza a una contrada. Tuttora, quando una contrada vuole sancire ufficialmente la nascita di un nuovo contradaiolo, lascia sventolare una bandiera dalla finestra del nuovo nato e un’altra viene esposta nella sede della contrada. Attraverso questo segno visibile si vuole affermare una sorta di “paternità” che la contrada esercita nei confronti di un individuo. Viene anche celebrato un battesimo laico, detto “battesimo contradaiolo”, il cui rituale viene officiato dal priore4.
Nel corso del tempo, ad ogni modo, le regole per stabilire il diritto di appartenenza a una contrada si sono inevitabilmente modificate. Originariamente era previsto che il bambino, affinché potesse essere considerato a tutti gli effetti un contradaiolo, sarebbe dovuto nascere nella propria casa. A partire dal Novecento, però, il luogo di nascita dei bambini è divenuto l’Ospedale di Santa Maria della Scala. Le mutate condizioni socio-sanitarie recarono un intoppo al sistema di attribuzione della contrada all’individuo, perciò fu necessario adottare alcuni accorgimenti: inizialmente vennero elaborati alcuni espedienti di ordine simbolico, come l’usanza di gettare un secchio di terra prelevata dalla propria contrada sotto il letto della partoriente, oppure quella di porre il bambino appena nato su di una bandiera della propria contrada. Alla fine, comunque, si giunse alla decisione di modificare le regole di appartenenza, perciò quest’ultima fu sottoposta al criterio della ereditarietà: il bimbo, ovunque nascesse, apparteneva di diritto alla contrada dei propri genitori. Oggi non vi sono più tuttavia rigidi criteri che stabiliscono a quale contrada un individuo debba appartenere, ma sono accettate, al contrario, diverse modalità di acquisizione della cittadinanza. In generale, si considera sufficiente il fatto di essere figlio di un contradaiolo, oppure aver dimostrato lunga fedeltà alla contrada, e poi farsi “battezzare” in contrada. Questa nuova acquisizione svincola l’appartenenza dalla casualità e la trasforma in un motivo di vera e propria scelta individuale (cfr. Dundes e Falassi, 2014).

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Sebbene il periodo in cui si disputa il Palio (il wartime) sia quello che conferisce spettacolarità e perciò goda di una ben più ampia attenzione da parte dei media, uno sguardo dall’interno può aiutarci a evidenziarne la gestazione, e le dinamiche socio-culturali che vi si riversano, di una manifestazione che, per la grande carica simbolica da cui è caratterizzata, è stata di per sé meritevole di approfonditi studi antropologici.

Lorenzo Sapochetti

informazioni, contatti e articoli dell’autore a questo link

 

 

 

Palio infatti deriva dal latino pallium, termine che indicava un pezzo di stoffa rettangolare.

Cecchini, G. e Neri, D., 1956, Il Palio di Siena, Siena; Douglas, L., A History of Siena, Londra, in Dundes e Falassi, 2014

È difficile risalire all’origine di questa divisione territoriale, ma si può legittimamente ritenere che essa si sia basata sul fatto che la città di Siena è costruita su tre colli (cfr. Dundes e Falassi, 2014)

Il priore è la carica maggiore ed è il delegato al Magistrato delle Contrade, un organo composto da diciassette membri, uno per contrada, preposto alla discussione di problemi di interesse generale per tutte le contrade e che rappresenta le contrade nei rapporti con le autorità pubbliche.

 




Bibliografia

Dundes, A. e Falassi, A. (2014), La terra in piazza. Un’interpretazione del palio di Siena, Siena, Betti Editrice

Handelman, D. (1990), Models and Mirrors. Toward an Anthropology of Public Events, Cambridge, Cambridge University Press

Logan, A. P. (1978) “The Palio of Siena: Performance and Process” in Urban Anthropology 7 (1)

Silverman, S. (1979) “On the uses of history in anthropology: the palio of Siena” in American Ethnologist, Vol. 6, Issue 3, August 1979

Sitografia

http://www.ilpalio.org/

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