La figura del vampiro: una “tenebrosa” riflessione

“Sono di carne e sangue, ma non sono umano. Non sono più umano da duecento anni” – Louis, (dal film Intervista col Vampiro)

Le definizioni di vampiro sono numerose e spesso il termine indica figure diverse, come diverse sono le culture che nel loro “apparato folklorico” presentano entità che possono essere considerate come tali.
Nonostante tale variabilità ciò che accomuna le varie interpretazioni è il fatto che si tratti di qualcosa di differente rispetto a un vivente, avendo oltrepassato la soglia della morte, ma anche qualcosa di differente dai “semplici” morti (cfr. Zecchini, 2017). Si tratta sempre di un cosiddetto revenant, un ritornante, e ciò è un aspetto che non può essere separato da quella paura del ritorno dei defunti presente in quasi tutte le società arcaiche e/o tradizionali.
«L’uomo primitivo temeva la notte per paura che il sole potesse non sorgere più il giorno successivo, come se il mondo morisse con lo scomparire della luce e, anche se nel corso dei secoli questa paura ha trovato consolazione nelle risposte della scienza, la morte è rimasta – e rimane ancor oggi – l’ultimo grande mistero, un baluardo oltre il quale non ci è permesso guardare» [Ivi, p.11].
I morti sono sempre stati temuti e spesso addirittura affrontati come entità ostili: essendo legata alla paura della morte, e in un certo senso alla nostalgia della vita, la figura del vampiro si presenta come una sorta di archetipo, una figura ricorrente in tutte le culture e le società tradizionali (cfr. Teti, 2007).

La prima testimonianza scritta europea riguardo ai vampiri proviene dall’est Europa e la si deve all’abate Augustine Calmet che nel 1746 scrisse un trattato specifico sugli spiriti e sui vampiri, raccontando di casi avvenuti nei decenni precedenti in Ungheria e Paesi limitrofi. Sono ovviamente testimonianze di un’epoca in cui le morti violente e “misteriose” erano una realtà quotidiana, soprattutto nelle società rurali, lontane dai fasti delle grandi città europee; tentare pertanto di individuare le precise origini geografiche e storiche, nonché i caratteri costitutivi di quel fenomeno che coinvolgerà (e contagerà) dall’Ottocento in poi l’immaginario collettivo delle maggiori città europee, addirittura reinventato attraverso la fusione con le immagini, le mode e i motivi presenti nelle culture locali, risulta un’operazione eccessivamente complessa. «Si può azzardare l’ipotesi che questi primi vampiri fossero “figli” della coscienza sporca dei loro compaesani. Chi poteva infatti garantire che il morto non sarebbe ritornato per vendicarsi dei torti subiti in vita? A questo va ad aggiungersi l’onnipresente paura del diverso, che nei secoli passati si accompagnava il più delle volte a differenti forme di superstizione» [Zecchini, 2017:11].

Ancora più arduo sarebbe poi tentare di rintracciare l’origine culturale del “moderno vampiro”. Forse le domande da porsi sono altre, forse è più costruttivo chiedersi soprattutto come e perché l’Occidente, colto e illuminato, abbia scoperto il vampiro.

Il grande “contagio” settecentesco che aveva colpito l’Europa centro-settentrionale, caratterizzata da dissotterramento di cadaveri, “seconde uccisioni” tramite paletto nel cuore e cremazione, aveva drammaticamente accompagnato la fine di un mondo antico, di un mondo tradizionale; in quella violenza si poté scorgere l’esito della drammatica lotta che illuminismo e clero avevano condotto contro le superstizioni popolari (cfr. Teti, 2007). Il vampiro dell’ancien regime tuttavia tornò (come è sua “natura” fare), anche se sotto nuove vesti, contagiando la letteratura e la produzione teatrale. Nell’Ottocento, secolo che sembra aprirsi e chiudersi sotto il segno del vampiro, addirittura divenne, soprattutto grazie al successo di The Vampyre di J. W. Polidori e all’opera forse più iconica della storia della creatura, Dracula di Bram Stoker, una figura da romanzo, un eroe romantico. Ma anche un “untore moderno”, capace di mettere a nudo il meccanismo psichico del terrore e del contagio, «l’angoscia che afferra il lettore di Stoker è che il nemico sia ovunque, che anche il proprio prossimo più caro possa trasformarsi in untore» [Montesano, in Bevilacqua, 2009:19]
Il vampiro, nell’epoca moderna, da mito o leggenda folklorica, diviene quasi metafora della vita: incarna da una parte il male, ma dall’altra l’artista, il seduttore e l’amante (Ibidem).
Da buon ritornante torna sempre, quasi ciclicamente, e nel Novecento si può infatti osservare la sua nuova ascesa, passando per le opere letterarie di Anne Rice, l’autrice del celebre Intervista col vampiro, e attraverso il cinema, Nosferatu, il principe della notte di Herzog, Dracula di F. F. Coppola (trasposizione dell’opera di Bram Stoker), e Ragazzi perduti di J. Schumacher, sono film di portata globale, come lo è la trasposizione cinematografica proprio dell’opera della Rice, diretto da N. Jordan, che vede protagonisti gli astri nascenti Tom Cruise e Brad Pitt.

Il 2000 può essere invece definita l’epoca di un vampiro postmoderno o magari “ultramoderno”, capace sia di immedesimarsi nei drammi di un adolescente (ne sono esempi i vampiri di Twilight e The Vampire Diaries), sia di trasformarsi in un cacciatore spietato ultratecnologico, quasi fantascientifico (come accade in Underworld e Blade).
«Il vampiro oggi ha una fisionomia ben precisa: ha i capelli color bronzo, lo sguardo ardente e le buone maniere di Edward Cullen, principe più adatto al castello di Biancanve che a quello di Dracula […] Cullen beve solo sangue animale e rispetta gli umani […] invece di essere portatore di una non morale ne ripristina una […] e non casualmente, il sole, indispensabile agli umani e fatale per i non morti non lo uccide, ma lo fa brillare come un gioiello» [Lipperini, in Bevilacqua, 2009:19]. «Quel che predomina è un sovrannaturale addomesticato […] i docili vampiri di Stephenie Mayer cercano con ogni mezzo di adeguarsi al mondo umano facendo propri gli aspetti superflui del medesimo, come le automobili lussuose e le carte di credito» [Ivi, p. 19-20].

Il vampiro è sempre stato metafora di aspetti e momenti della società: ad esempio in Albania, tra le terre di confine con l’impero ottomano, il vampiro ha sempre avuto l’aspetto di un turco; Vlad Tepes, figura storica a cui si ispirò Stoker, è tuttora celebrato in Romania come un eroe della cristianità, o Lilith, demone donna cui risale, secondo alcune mitologie, l’origine dei vampiri, era diventata l’incarnazione della donna che non si sottomette all’uomo. Il vampiro moderno a sua volta si fa portavoce delle complessità della sua epoca sempre più frenetica (cfr. Zecchini, 2017). Uscire di notte e “viverla”, il non invecchiare, il non morire, sono temi attuali, il corpo oggi più che mai è al centro di una forte risignificazione e ad esempio quel non invecchiare può essere riletto nei termini della contemporanea ossessione per la giovinezza.

Concludendo, si potrebbe affermare che non importi “il dove” o “il quando”, la figura vampiro sembra avere la capacità di rimanere sempre presente all’interno delle dinamiche narrative di una società.

Dario Bettati

Info

 

 

 

Bibliografia

Bevilacqua, M., L’evoluzione del vampiro nella letteratura, Rassegna stampa ragionata, Oblique Studio, 2009

Radulović, J., “Storia del vampirismo europeo nell’età moderna: le fonti principali”, in Bravin, F., Cardellini, E., Ghezzo, G., Martelli, B., Massara, R., (a cura di), Antropologia delle tenebre. vampiri, non morti e ritornanti, Associazione Antropolis, Milano, 2017

Serpieri, A., “Il mito del vampiro tra l’immaginario antropologico e l’immaginazione letteraria”, in Neiger, A., (a cura di), Il vampiro, don Giovanni ed altri seduttori, Dedalo, 1998

Teti, V., La melanconia del vampiro, Manifestolibri, Roma, 2007

Zecchini, C., “Origine ed evoluzione della figura del vampiro – un’analisi psico-sociale”, in Bravin, F., Cardellini, E., Ghezzo, G., Martelli, B., Massara, R., (a cura di), Antropologia delle tenebre. vampiri, non morti e ritornanti, Associazione Antropolis, Milano, 2017

Video di riferimento

Vampire Island (Full Documentary), Timeline, 2017

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