La famiglia “tradizionale”: ma quale?

Nell’ultimo periodo si è spesso sentito parlare di “famiglia tradizionale” e di “famiglia naturale”, ma anche della necessità di proteggerla. Di quale famiglia “tradizionale/naturale” si sta parlando? Ma soprattutto, esiste veramente? Rispolverare brevemente un qualche studio sulla famiglia e sulle relazioni di parentela, forse, potrà fare un po’ di chiarezza a riguardo o suscitare qualche dubbio e spunto di riflessione.

La famiglia è l’istituzione fondante di tutte le società umane, il minimo comune denominatore nel quale, e attraverso il quale, gli uomini organizzano le relazioni sociali. Secondo Lévi-Strauss (1978) un dato universale che accomuna tutte le forme di famiglia umana è il divieto d’incesto e, per questo motivo, l’esogamia, cioè l’unione matrimoniale, o non, tra persone che appartengono a famiglie diverse è la più diffusa. Tuttavia anche nelle strutture familiari endogamiche più rigorose, e cioè quelle società in cui si contrae il matrimonio tra persone dello stesso clan, gruppo familiare o casta, vi è una lista di parenti con i quali è proibito avere rapporti sessuali.

Gli studi antropologici “classici” (si vedano ad esempio i lavori di Boas, 1897, Malinowski, 1927 e Mead, 1930, i quali si aggiungono a quelli del già citato Lévi-Strauss), in linea generale, suddividevano le tipologie di famiglia in base ad alcuni criteri specifici:

  • Il principio di discendenza; le famiglie patrilineari seguono la linea di discendenza paterna e quelle matrilineari invece, seguono la linea di discendenza materna. Esse sono famiglie estese, ossia costituite da più di due generazioni appartenenti allo stesso ceppo familiare e che condividono la stessa abitazione; le famiglie nucleari invece, sono formate da una sola unità coniugale (genitori e figli).
  • La tipologia di residenza; vi sono le famiglie estese patrilocali (virilocali) o matrilocali (uxorilocali), e famiglie neolocali – quando i partner abbandonano le rispettive famiglie d’origine e vanno ad abitare in una nuova casa, come nel caso delle famiglie nucleari.
  • L’unione matrimoniale contratta; distinguiamo le unioni poliginiche, dove è consentito all’uomo contrarre matrimonio con più donne, da quelle poliandriche, dove invece è consentito alla donna contrarre matrimonio con più uomini. Vi sono inoltre le unioni monogamiche, che sono basate su una relazione esclusiva tra due persone.

Queste classificazioni servono per avere un quadro generale delle tipologie di famiglie possibili e, sebbene famiglie dello stesso tipo abbiano tutte dei tratti in comune, non vanno considerate come blocchi monolitici, ma presentano al loro interno differenziazioni e peculiarità storico-culturali. Ad esempio, le famiglie patrilineari estese sono generalmente patrilocali e possono essere poliginiche, come nei Paesi musulmani, o formate da vari gruppi coniugali monogami (ad es. i bisnonni, i nonni e i genitori). Le famiglie matrilineari estese invece, sono generalmente matrilocali, quindi nel caso in cui si contragga matrimonio è il marito ad andare ad abitare nella casa materna della moglie. Tuttavia vi sono delle società matrilineari, come quella dei Mosuo del sud-ovest della Cina, in cui tradizionalmente l’uomo e la donna impegnati in una relazione non si sposano, né coabitano ma continuano a vivere nella propria casa materna insieme ai propri consanguinei. Lo stesso vale per le famiglie nucleari che, nonostante abbiano tutte delle comunanze, presentano delle specificità frutto di retaggio storico e culturale del Paese in cui si sono sviluppate.

Quando i padri della disciplina iniziarono ad occuparsi dello studio della famiglia, lo fecero preoccupandosi di stilare liste e classificare i nomi dei legami di parentela delle società studiate, trascurando l’aspetto relazionale. Ben presto alcuni studiosi tra i quali Rivers (1968), si accorsero che soffermarsi solo sui dati biologici e di consanguineità non era sufficiente a comprendere la struttura e le dinamiche insite nel gruppo familiare, era necessario quindi analizzare anche le relazioni sociali che, come suggerito da Evans-Pritchard (1956), andavano interpretate alla luce delle categorie concettuali proprie di quella data cultura.
Aime (2008) in una battuta ha sottolineato che, mentre i filosofi si occupano di dio e gli psicologi dell’io, il mestiere dell’antropologo è proprio quello di occuparsi dello zio, o meglio, delle relazioni di parentela, in quanto esse rappresentano il metodo più elementare attraverso il quale gli uomini hanno da sempre organizzato le relazioni sociali.

Schneider ha avuto un ruolo importante in questo campo poiché ha spostato la lente d’ingrandimento dalla funzione al significato dei ruoli di parentela, mettendo in discussione il rapporto tra “natura” e “cultura”, ossia tra gli aspetti biologici e sociali della parentela (cfr. Carsten 2004). Inoltre, come evidenziato da Sahlins nessuno al giorno d’oggi metterebbe in dubbio il dato biologico in sé, e cioè che per procreare serva l’unione di uno spermatozoo e di una cellula uovo, tuttavia le relazioni di parentela sono un prodotto culturale e non un fatto “universale” (Shalins 2014, in Matera 2016). Vi sono delle società matrilineari ad esempio, in cui il ruolo del padre biologico e quello di padre sociale non coincidono, ma la funzione di padre sociale è svolta dallo zio materno come nel caso dei Mosuo o dei Nayar dell’India meridionale.

La famiglia nucleare, è certamente la struttura familiare più diffusa in Italia e nel mondo “Occidentale” odierno. Tuttavia, se ognuno di noi compisse una ricerca a ritroso nella propria famiglia d’origine, si renderebbe presto conto che i nostri nonni e bisnonni vivevano in una struttura familiare diversa da quella in cui siamo nati e cresciuti oggi. Questo perché la famiglia risponde alla dinamicità dei cambiamenti sociali, culturali ed economici che mutano nel corso del tempo. La famiglia nucleare ad esempio, ha iniziato a diffondersi in Europa durante gli anni della Rivoluzione Industriale, prima di allora infatti, era sovente incontrare strutture familiari estese, generalmente patrilocali1.
Dagli esempi riportati, si evince che la famiglia nucleare è solamente una delle tipologie di famiglia possibili, e non è necessariamente il tipo di struttura familiare da considerare più stabile o di “successo”, dato il sempre maggior numero di casi di divorzio e violenza domestica.

Guardando all’Italia nello specifico, sebbene l’art.29 della Costituzione italiana sancisca che «La Repubblica riconosce i diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio […]» e quindi si parli di famiglia e di matrimonio in termini “neutri”, non facendo riferimento al genere dei coniugi, bisogna tenere bene a mente il contesto storico-culturale in cui la nostra Costituzione, e nello specifico questo articolo, sono stati scritti. Basti ricordare che le disposizioni sul diritto d’onore e sul matrimonio riparatore sono rimaste in vigore fino al 1981, e successivamente abrogate dal Parlamento italiano con la legge n. 442. Non dimentichiamo inoltre che in quegli anni, unioni differenti da quella matrimoniale eterosessuale erano socialmente inaccettabili, del resto non esisteva neppure una legge sul divorzio, che venne emanata nel 1970, e riconfermata con il “referendum sul divorzio” del 1974.

Fatte queste premesse, quando in tv o sui giornali vengono accostati gli aggettivi “tradizionale” o “naturale” al termine famiglia, il cuore di ogni antropologo e antropologa sussulta. La famiglia, nel senso antropologico del termine, non è mai stata statica, ma dinamica, tant’è vero che anche gli ordinamenti giuridici in materia di diritto di famiglia sia in Italia che all’estero si sono trovati – e si trovano tutt’ora – a dover tener conto di questi cambiamenti. Al giorno d’oggi infatti, nel panorama nazionale ed internazionale ci troviamo di fronte a nuove tipologie di famiglia – seppur non sempre riconosciute da tutti gli ordinamenti giuridici come tali -, quasi del tutto inesistenti fino a qualche decennio fa, ad esempio:

  • Le unioni civili, ossia tutte quelle forme di convivenza di coppia alla quale la legge conferisce un riconoscimento analogo a quello matrimoniale.
  • Le “coppie e famiglie di fatto” in cui persone che, pur non essendo legate tra loro da alcun vincolo matrimoniale, convivono insieme agli eventuali figli nati dalla loro unione.
  • Le famiglie omogenitoriali, ossia le famiglie LGBT+;
  • Le famiglie in cui i figli vengono cresciuti da un solo genitore, come nei casi di divorzio con affidamento esclusivo, di genitori single o di decesso di un coniuge.

Del resto anche le nuove tecnologie in ambito di fecondazione assistita ci pongono dinnanzi a realtà inimmaginabili fino a qualche tempo fa, che ci portano ancora una volta ad interrogarci non solo sui temi quali “natura” e “cultura”, “biologia” e “relazioni di parentela”, ma anche sul piano etico e morale.

In questo breve excursus abbiamo visto che, sebbene la famiglia possa essere definita la grammatica elementare di tutte le società umane, essa non si presenta come un unico modello “naturale” e “universale”, ma assume varie forme e strutture plasmate da (e in) un determinato contesto storico-culturale e quindi mutevoli nel tempo, così come mutevoli sono le tradizioni di ogni gruppo sociale.

Stefania Renda

 

1Se guardassimo alla preistoria invece, come dimostrano gli studi sui reperti archeologici dell’Europa antica e sulla cosiddetta “civiltà della Dea” compiuti dall’archeomitologa Gimbutas, è possibile immaginare che il matriarcato, inteso come società incentrata intorno alla figura della donna e della madre fosse stata l’organizzazione originaria dell’umanità e che, solo successivamente, venne destituita dal patriarcato. Le interpretazioni agli studi di Bachofen, posero il matriarcato in termini di struttura sociale speculare al patriarcato, ma di fatto, negli studi sulle società matriarcali contemporanee, non è mai stata riscontrata una figura di potere equipollente a quella del patriarca. Proprio per questo Heide Goettner- Abendroth ha suggerito di riconsiderare dal punto di vista semantico il suffisso “arché” che compone la parola “matriarcato”, non come “dominio”, bensì come “origine” e, di conseguenza, il termine matriarcato non come “dominio delle madri”, ma “all’origine le madri”.

Bibliografia

Aime, M., Il primo libro di antropologia, Piccola biblioteca Einaudi, 2008

Carsten, J., After Kinship, Cambridge University Press, 2004

Evans-Pritchard, E., E., Nuer Religion, Clarendon University Press, Oxford, 1956

Gimbutas, M., Le dee viventi, Edizioni medusa, 2005

Goettner-Abendroth, H., Le società matriarcali, Venexia Edizioni, 2013

Lévi-Strauss, C., “La proibizione dell’incesto”, in Lévi- Strauss, C., Le strutture elementari della parentela, Feltrinelli, 1978

Remotti, F., Contro natura. Una lettera al papa, Laterza, 2008

Rivers W., H., R., Kinship and Social Organization, Athlone Press, London, 1968

Sahlins, M. La parentela: cos’è e cosa non è, Elèuthera, 2014

Sitografia

La Costituzione della Repubblica italiana: http://www.quirinale.it/qrnw/costituzione/pdf/costituzione.pdf

Matera, V., “L’antropologo: perché la famiglia naturale non esiste”, Corriere della Sera, 26 gennaio 2016: http://27esimaora.corriere.it/articolo/lantropologoperche-la-famiglia-naturale-non-esiste/

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