Come si spiega la morte ai bambini?




Molto spesso, di fronte ad un evento luttuoso, gli adulti si chiedono se sia giusto parlarne o meno ai bambini. L’atteggiamento diffuso è quello di evitare di pronunciare la parola “morte” in loro presenza, per paura di turbarli o per timore che non possano capire. La morte di una persona cara è un’esperienza emotiva dolorosa [Lieberman et al., 2007]; pensiamo ad un genitore a cui muore il partner: dovrà farsi carico del dolore del figlio mentre cerca di affrontare il proprio [Varano, 2012]. Non trattare l’argomento, sebbene delicato, non lo farà sparire. Cercare di allontanare il più possibile il mondo infantile da questo tema, nel tentativo di proteggerlo dal dolore, produrrà un effetto contrario ovvero non farà altro che incoraggiare il rifiuto della realtà [Grollman, 1999].

Tutti fin da piccoli sono circondati da eventi spiacevoli: la perdita di un animale domestico, un corteo funebre che passa sotto casa, scene di morte trasmesse in televisione [Grollman, 1999]; prepararsi all’argomento prima di farvi fronte direttamente può essere fondamentale [Varano, 2012] anche a partire dalla tenera età.La comprensione della morte da parte del bambino dipende dalle sue caratteristiche cognitive-comportamentali e dalle caratteristiche dell’ambiente affettivo e culturale in cui è inserito.

Nonostante ciò, si possono individuare diverse tappe di elaborazione del lutto:
  • Fino ai 3 anni: il bambino è indifferente alla morte fisica perché non è in grado di comprenderla mentalmente. È sensibile alla perdita del legame affettivo che aveva instaurato con la persona che è venuta a mancare e tende ad assorbire lo stato emotivo degli individui che lo circondano.
  • Dai 3 ai 5 anni: la morte viene percepita come temporanea e reversibile e non come un evento definitivo. È un evento biologico e naturale ma anche magico (rappresentazione mitico-magica della morte) e questo è osservabile soprattutto nel gioco.
  • Dai 6 ai 10 anni: i bambini percepiscono la morte come evento definitivo, ma non sono ancora in grado di comprendere pienamente le emozioni ad essa connesse.
  • Dai 10 anni in su: il ragazzino si sarà formato un concetto concreto di morte sulla base di osservazioni biologiche. La morte viene compresa come evento conclusivo e universale, provocato da conseguenze naturali o accidentali. Data la maggiore consapevolezza il ragazzo può manifestare sentimenti di angoscia e paura [Grollman, 1999].

Le reazioni di fronte alla morte, variano a seconda dello stadio di sviluppo del bambino, delle sue capacità espressive e recettive di comunicazione ma anche a seconda della relazione che il bambino aveva con la persona che è venuta a mancare. Si tratta spesso di reazioni contraddittorie, imprevedibili e altalenanti nell’arco della giornata: il bambino può alternare momenti di tristezza a momenti di apparente coinvolgimento in altre attività [Lieberman et al., 2007]. Non andrebbe mai scoraggiato dal piangere perché è un modo attraverso il quale può esprimere il suo dispiacere. Può manifestare rabbia e questa deriva dalla non accettazione della realtà; è fondamentale non reagire alla sua collera con minacce o punizioni ma piuttosto porsi in un’ottica di apertura e ascolto. Un altro sentimento comune è il senso di colpa perché nell’esperienza dei bambini le cose brutte accadono quando si comportano male: sarà importante rassicurarlo sul fatto che nel caso abbia comportamenti non corretti questo non farà mai morire qualcuno [Grollman, 1999].Inoltre è da tenere in considerazione che la perdita di una persona all’interno della famiglia implica la rottura di un equilibrio: il ruolo del genitore è fondamentale nel rispondere ai bisogni di cura, protezione e sostegno del bambino [Grollman, 1999].

Ecco alcuni consigli pratici di cui i genitori possono avvalersi:
  • Non associare la morte al sonno perché potrebbe innescare malintesi e far insorgere angosce legate al momento dell’addormentarsi. 
  • Usare esempi e procedere lentamente: potrebbe essere utile parlare di come muoiono piante e alberi e della durata della loro vita.
  • Cercare di rispondere alle loro domande con sincerità, riconoscere di non essere onniscienti e onnipotenti e di non avere tutte le risposte, questo non renderà meno stimati agli occhi dei bambini.
  • Evitare discorsi dogmatici e teologici che forniscono interpretazioni troppo astratte per essere comprese dai bambini; piuttosto offrire spiegazioni religiose in cui si crede realmente restando disponibili ad ulteriori domande e ricordando che i bambini sono molto sensibili a inganni e incoerenze.

Anche la scuola ha un ruolo importante nell’offrire occasioni di riflessione che permettano di dare “voce” ai bambini e alle loro domande. L’educazione alla mortalità è lontana dalla cultura odierna e dalla nostra società [Varano, 2012] perché l’attitudine è trovare metodi per “distrarre” il bambino da pensieri oscuri o cercare di “contenere” i suoi sentimenti. L’educazione alla morte consiste piuttosto nel ricercare strategie per convivere con il pensiero della morte e con i sentimenti ad esso connessi come il dolore e la paura, sempre nel rispetto delle tappe evolutive di ogni bambino.

Alcune proposte educative attuabili all’interno delle scuole, attraverso laboratori, sono connesse al gioco, alla narrazione e all’espressione artistica.Erikson [Erikson, 1964] sostiene che il bambino attraverso il gioco costruisce situazioni modello che riflettono la realtà: questa attività, di conseguenza, gli permette di sperimentarsi in diversi contesti compresi quelli che più lo spaventano [Lieberman et al., 2007].  Narrare o inventare storie può avere notevoli benefici: le fiabe non devono per forza spiegare ciò che è accaduto ma piuttosto mettere nelle condizioni il bambino di potersi identificare nella storia narrata. Può essere utile inventare storie dove si possano esprimere emozioni e dubbi legittimi [Varano, 2012].Attività artistiche come il disegno (per esempio: la tecnica del fumetto  permette di utilizzare frasi che non si sono potute dire o che non si ha il coraggio di pronunciare), consentono di fermare sulla carta i propri stati d’animo, questo è il primo passo per ammetterli e esternarli [Varano, 2012]. Anche la manipolazione di materiali come l’argilla, la creta, la pasta di sale permettono al bambino di esprimere il proprio mondo interiore e ciò che sente o sta vivendo. L’arte quindi può essere utilizzata sia per alleviare vissuti di dolore sia per ricostruire e guarire [Varano, 2012].

In conclusione, il sostegno e le attenzioni da parte della famiglia così come l’attivazione della scuola sono fondamentali e permettono ai bambini di acquisire strumenti idonei per elaborare ciò che è accaduto e allo stesso tempo aiutarli ad esprimere le proprie emozioni e ad ascoltarsi, trasformando esperienze dolorose come il lutto e la morte in opportunità di crescita, riflessione e condivisione.

Federica Leoni

Info

 

 

 

Bibliografia

Erikson, E.H. (1964), (a cura di), Childhood and Society, New York. WW Norton. Trad it. Infanzia e Società, Roma, Armando (1968)

Grollman, E. A. (1999), Perché si muore? Come trovare le parole giuste: dialogo tra figli e genitori. Como, Red Edizioni

Lieberman, A.F., Compton, N.C., Van Horn, P. e Ghosh Ippen, C., (2007), Il lutto infantile. Bologna, Il Mulino

Varano, M. (2012), Come parlare ai bambini della morte e del lutto. Torino, Claudiana

Sitografia

Tesi di Laurea di Giorgia Menoni: http://www.unosguardoalcielo.com/la-morte-e-i-bambini-tesi-di-laurea-di-giorgia-menoni/

Progetto “Uno sguardo al cielo”: http://www.unosguardoalcielo.com/il-progetto-uno-sguardo-al-cielo-in-onda-su-tv-2000/

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