Non è solo un “Halloween messicano”. Uno sguardo antropologico al Día de Muertos

Camminando tra le strade di Città del Messico, già da metà ottobre è possibile intravedere la metropoli che cambia poco a poco: sui marciapiedi iniziano ad apparire decorazioni, calacas, calaveras1 e Catrinas, mentre aiuole, parchi e spartitraffico sono invasi da migliaia di fiori di un arancione acceso e brillante, i quali secondo la tradizione sono posti ad adornare il percorso e gli altari per far sì che le anime dei defunti possano trovare il cammino che il 2 novembre li condurrà dalle loro famiglie.

Sin dall’infanzia, siamo stati abituati a conoscere un’altra festività dedicata all’incontro tra i vivi e i defunti, di origine però anglosassone2: Halloween. Le tradizioni di quest’ultima, che si celebra la notte tra il 31 ottobre e il primo novembre (da qui il termine inglese halloween ovvero All Hallows’ Eve, “la notte di Ogni Santi”) [cfr. Santino, 1994], sono ormai ben note: ci si maschera, possibilmente con vesti spaventose, per confondersi con i fantasmi, i demoni e le streghe che si dice vaghino sulla terra, mentre allo stesso tempo si mettono degli spaventapasseri e delle zucche intagliate con volti mostruosi (jack o’lantern) a guardia delle proprie abitazioni [cfr. Gundaker, 1994; Santino, 1994]. In seguito, i più giovani colgono l’occasione per girare di casa in casa in cerca di dolciumi nella tradizione meno grottesca del “dolcetto o scherzetto” (trick or treating) [cfr. Santino, 1994; Tuleja, 1994]. Negli stessi giorni, in Messico, invece, «le persone costruiscono degli altari casalinghi, adornati con icone religiose, un pane speciale e altri alimenti per i defunti. È un tempo [dedicato] alle pratiche religiose, per pulire e decorare le tombe dei morti. Quindi, il Giorno dei Morti messicano integra il riconoscimento della morte come concetto più ampio con rituali che ricordano le morti degli individui» [Santino, 1994:XVIII]. Il Día de Muertos, divenuto popolare solo in tempi più recenti, sembra rivelare quindi un’atmosfera e significati decisamente differenti.

Se non è soltanto una versione “ispanica” di Halloween, cos’è allora il Día de Muertos?

Come il cugino anglosassone, il Giorno dei Morti messicano prende in prestito alcuni elementi dalla religione cattolica, alla quale le due ricorrenze devono la vicinanza delle date nelle quali si celebrano entrambe. Nel caso messicano, sebbene tutto il periodo a partire dal 31 ottobre sia ormai visto come parte della celebrazione, il Día de Muertos (o Día de los Fieles Difuntos) viene celebrato in due giorni particolari del calendario liturgico cattolico: il primo novembre ovvero Ogni Santi e il giorno successivo, dedicato alle anime del Purgatorio. A partire dalla metà di ottobre, mentre i messicani si occupano di riordinare, pulire e decorare tombe, sepolcri e perfino fosse comuni, il paese è invaso da turisti principalmente attratti dai colori, definiti perfino “carnevaleschi”, delle installazioni celebrative. Tuttavia, «la maggior parte delle attività e delle offerte artistiche legate a questa festività – offerte di cibo, la vigilia nel cimitero, gli altari e il resto – sono manifestazioni popolari completamente slegate dai requisiti liturgici» [Brandes, 2000:8], che prevedono soltanto l’indizione di messe specifiche per i Santi e per le anime del Purgatorio3 nei due giorni di festa [Ibidem]. Già dalla seconda metà del XIX secolo, sebbene il “giorno dei morti” avrebbe dovuto possedere un significato di una celebrazione solenne e malinconica, in cui i morti venivano pianti e non ricordati con gioia, in realtà la festività veniva già vista come un’occasione volta alla celebrazione e alla convivialità: si «creava un ambiente di tensione prefestiva, dove predominavano il trambusto e l’agitazione, e non uno scoraggiamento dell’animo» [Ramírez Leyva, 1995:22], rivelando che i gioiosi festeggiamenti odierni non sono nulla di recente.

Alcune delle pratiche fondamentali della celebrazione hanno origine preispanica: prima della Conquista, infatti, i popoli originari delle zone messicane possedevano già dei culti dedicati alla morte. Questa era vista come l’inizio di un lungo viaggio verso gli inferi, un luogo chiamato Mitclan, che era però riservato soltanto a coloro che morivano di morte naturale. Prima dell’influenza coloniale il destino ultraterreno degli antichi messicani non possedeva una connotazione morale e il luogo dove l’anima del defunto terminava il suo viaggio nell’Aldilà era deciso in base a come era avvenuto il decesso (per esempio, le donne morte di parto e i soldati finivano nell’Omeyoacan, mentre coloro che morivano in circostanze legate all’acqua, nel Tlalocan etc.): il rapporto con la morte era molto più sereno e, anche allora, i defunti venivano celebrati, ma nel periodo corrispondente al nono mese dell’antico calendario di 365 giorni [cfr. Denis, Hermida, Huesca: 2012].

Quali sono però gli elementi che caratterizzano attualmente il Día de Muertos?

Abbiamo visto che con Halloween condivide la premessa di convivenza con i defunti e la stagione annuale, ma cosa la differenzia le celebrazioni?
Uno degli elementi fondamentali della festività sia da un punto di vista religioso, che da un punto di vista strettamente personale per la famiglia sono gli altari; ognuno di questi può essere composto da due (cielo e terra), tre (cielo, terra e Purgatorio) o sette livelli, che rappresentano i passi necessari per raggiungere il luogo del riposo eterno. Durante i giorni che precedono la celebrazione, ogni altare è adornato da offerte particolari, che devono invogliare lo spirito del defunto a compiere il viaggio verso il mondo dei vivi per trascorrere del tempo insieme alla propria famiglia. Tra le offerte più rappresentative vi sono:

  • un’immagine del defunto nella parte più alta, con vicino una croce di sale o di cenere;
  • l’immagine delle anime del Purgatorio, nel caso il defunto si trovi lì;
  • del copale (resina) e dell’incenso per purificare l’ambiente;
  • un arco di flor de muerto o cempasúchil (dall’antico cempohualxochitl, composto da cempohualli “venti” e xochitl “fiore”). I petali del fiore vengono inoltre cosparsi sul terreno, fino all’entrata della stanza dove sarà adornato l’altare e il suo profumo guiderà il cammino dei defunti fino alle ofrendas;
  • il papel picado (la decorazione di carta tipica messicana);
  • viveri per i defunti, un bicchiere d’acqua, che simboleggia la purezza, ma anche per mitigare la sete del defunto dopo il viaggio, calaveras di zucchero, terracotta o gesso, il pan de muerto (un dolce tipico messicano, che rappresenta lo scheletro) e piccoli bicchieri di bevande alcooliche, nonché oggetti personali del defunto per dargli il benvenuto [cfr. Brandes, 2006; Denis, Hermida, Huesca, 2012].

Un altro elemento tipico e di certo uno tra i più famosi a livello internazionale e che attrae un buon numero di turisti sono i teschi o calaveras; anche quest’ultimi posseggono radici parziali nelle tradizioni di origine preispanica. Come abbiamo visto, infatti, la morte non era temuta, poiché non veniva vista come una fine o un’interruzione e gli stessi teschi dei defunti erano spesso esposti e celebrati. Successivamente, anche grazie a influenze europee medievali, il teschio si legò al concetto di morte, diventandone un simbolo. Nel contesto messicano, questo legame calavera-muerte si inserì all’interno di una visione particolare di quest’ultima, che sembra abituare fin dall’infanzia il messicano a vivere tali esperienze sì nella tristezza e nella nostalgia, ma anche nella gioia di una festività condivisa. In questo contesto di armonia fra i vivi e i defunti, con il teschio come simbolo di tale relazione, nacquero le caricature di Manuel Manilla (1830-1890ca.). Non passò molto tempo che iniziarono ad apparire i primi scheletri del celebre José Guadalupe Posada (1852-1913) che, riprendendo lo stile caricaturale del suo predecessore, inseriva all’interno delle sue incisioni una critica della società del tempo. Nacque così la famosa Calavera Catrina: uno scheletro ornato di fiori e da un grosso cappello tipico della moda europea degli inizi del XX secolo, che non era altro che un’opera satirica rivolta alle élite porfiriane dell’epoca [cfr. Ríos, 1995].

La fama internazionale di questa festività, la tendenza all’appropriazione dei costumi popolari messicani e la snaturalizzazione dei significati della celebrazione stessa da parte del mondo occidentale hanno avuto origine dalla sua trasformazione in attrazione turistica già a partire dagli anni Settanta. Soprattutto nel sud e nel centro del Messico, in questi anni, iniziarono a nascere delle installazioni non tanto celebrative quanto espositive delle ofrendas (gli altari); in seguito, questa tendenza continuò a proliferare fino a raggiungere un decennio più tardi anche gli Stati Uniti d’America con le Chingano galleries: esibizioni sul Day of the Dead messicano che venivano proposte al pubblico a partire da Novembre; verso la fine degli anni Ottanta queste esposizioni entrarono in voga persino in grandi centri urbani come New York, Chicago, Houston e Miami. Tali esibizioni erano opera di artisti che reinterpretavano liberamente la tradizione messicana, ricostruendo le ofrendas, in un contesto che esulava totalmente dalle circostanze familiari e dal significato religioso della tradizione originale, trasformando l’altare in una “scultura” o un’opera d’arte, creata comunque per la fruizione di un pubblico esterno e non per il riavvicinamento e il ricordo dei cari defunti [cfr. Turner – Jasper, 1994].

Il Día de Muertos non ha però smesso di trasformarsi e risignificarsi; infatti, sebbene si sia mantenuta come una tradizione estremamente legata alla famiglia e sia un’antichissima celebrazione nata come totalmente apolitica, secondo Stanley Brandes, in tempi più recenti, con il sopraggiungere, l’insediarsi e a volte il sovrapporsi dei simboli di Halloween (celebrazione che da alcuni estremisti nazionalisti viene vista come puramente consumistica e frutto dell’imperialismo gringo) nelle tradizioni tipicamente locali, la festività sembra essere stata trasformata da alcuni in una sorta di manifesto nazionalista. Infatti, nonostante non sia possibile affermare di conoscere con esattezza i processi che hanno portato all’odierna amalgama di rituali relativi alle celebrazioni, non vi è dubbio che, da un lato, la commercializzazione della festività si sia rivelata come un’occasione di vendita per artisti e artigiani locali e, da un altro, è anche evidente, sia per i messicani stessi sia per gli stranieri, che il Día de Muertos, con i suoi colori, costumi e tradizioni, è ormai divenuto un simbolo del Messico e fonte di un rafforzamento dell’identità nazionale di questo paese [cfr. Brandes, 2000; 2006].

Anna Giulia Macchiarelli

Info

 

 

 

1 Come il termine calaca non significa altro che “scheletro” in messicano colloquiale, calavera in spagnolo significa letteralmente “cranio” o “teschio”, ma in altre lingue hanno iniziato ad essere utilizzati come parole per definire rispettivamente gli scheletri colorati della tradizione messicana e i teschietti di zucchero offerti durante la celebrazione.

2 Mentre Jack Santino riconduce le radici della festività a un antico festival celtico (cfr. Santino, 1994), Lombardi Satriani ne Il ponte di San Giacomo (1982) sostiene invece un’origine calabra.

3 Generalmente, la celebrazione messicana cade il 2 novembre, tuttavia in situazioni eccezionali (come in caso di una sovrapposizione con una domenica) può essere spostato al giorno successivo.

Bibliografia

Brandes, S., “El Día de Muertos, el Halloween y la búsqueda de una identidad nacional mexicana”, in Alteridades, vol. 10, n. 20, 2000

Brandes, S., Skulls to the Living, Bread to the Dead: The Day of the Dead in Mexico and Beyond, Blackwell Pub, Malden, MA, 2006

Denis Rodríguez, P. B., Hermida Moreno, A., Huesca Méndez, J., “El altar de muertos: origen y significado en México”, in  Revista de divulgación científica y tecnológica de la Universidad Veracruzana, vol. XXV, n. 1, 2012

Gundaker, G., “Halloween Imagery in Two Southern Settings”, in Santino, J. (a cura di), Halloween and Other Festivals of Death and Life, The University of Tennessee Press, Knoxville, 1994

Ramírez Leyva, E., “Alegría, derroche y diversión en la fiesta de los muertos decimonónica”, in Ríos, G., Ramírez, E., Suárez, G., Día de Muertos. La celebración de la Fiesta del 2 de noviembre en la segunda mitad del siglo XIX, Colección Molinos de Viento, UNAM, 1995

Ríos de la Torre, G., “Calaveras en el arte mexicano”, in Ríos, G., Ramírez, E., Suárez, G., Día de Muertos. La celebración de la Fiesta del 2 de noviembre en la segunda mitad del siglo XIX, Colección Molinos de Viento, UNAM, 1995

Santino, J. (a cura di), Halloween and Other Festivals of Death and Life, The University of Tennessee Press, Knoxville, 1994

Tuleja, T., “Trick or Treat: Pre-Text and Context”, in Santino, J. (a cura di), Halloween and Other Festivals of Death and Life, The University of Tennessee Press, Knoxville, 1994

Turner, K., Jasper, P., “Day of the Dead: The Tex-Mex Tradition”, in Santino, J. (a cura di), Halloween and Other Festivals of Death and Life, The University of Tennessee Press, Knoxville, 1994

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