Il curioso caso di Pasolini e l’Antropologia

In Antropologia il legame con la letteratura pare, in un certo, senso intrinseco alla ricerca e in epoca moderna esse si sono incontrate più volte, proprio perché, come indica Sobrero, quest’ultima offre agli studi sociali la possibilità di pensare diversamente [cfr. Sobrero, 2009], addirittura nel 1996 all’interno dell’A.I.S.E.A. (Associazione Italiana per le Scienze Etno-Antropologiche) si costituisce una sezione vera e propria di “Antropologia e Letteratura”, rinnovando un confronto che, come suggerisce Fabio Dei, concede «la possibilità di rileggere l’intera storia degli studi come una successione di pratiche letterarie» permettendo «l’apertura a nuove forme di rappresentazione culturale» [Dei, 2000:180]. Autori del calibro di Michel Leris e Claude Levi-Strauss ne sono, per quanto indirettamente, esempi eccellenti. Durante le rispettive esperienze etnografiche (Dakar-Gibuti il primo, Tropici il secondo) ad un certo punto si ritrovarono ad affrontare un periodo cupo, un momento di spaesamento, permeato dalla domanda “cosa siamo venuti a fare?” e ambedue, in risposta, si rifugiarono nella narrazione. In entrambi i casi gli antropologi hanno temporaneamente smesso i panni dello scienziato sociale scegliendo di narrare dichiaratamente di sé stessi, avendo constatato che in certi casi la scrittura scientifica appare inadeguata per colmare la propria storia di vita [cfr. Sobrero, 2009]. Anche Borges, in un racconto breve, L’etnografo, riporta una storia analoga, quella di un giovane antropologo che, dopo la lunga permanenza sul campo presso delle tribù, al ritorno si rifiutò di scrivere la propria tesi di laurea. «La pretesa con la quale l’antropologo è partito, ovvero di conoscere gli altri per conoscere qualcosa di più della condizione umana, non solo si è infranta ma si è rivolta contro il ricercatore» [Ivi, p. 29]. 

Immagine di Carola Di Iorio

Pier Paolo Pasolini pose l’antropologia come disciplina alla base della propria riflessione, considerando proprio la sensibilità antropologica come risorsa in grado di permettergli di sopravvivere sul confine tra ipocrisia e vita vera: «Ci sono intellettuali che non conoscono il significato di cultura popolare, o non la distinguono dalla cultura storica, quella della classe dominante […]. Nei miei urti polemici e nelle mie discussioni con gli stessi miei colleghi letterati, viene sempre fuori che essi sono sistematicamente privi di nozioni etnologiche e antropologiche, che io possiedo, né da professionista, né da dilettante, ma da semplice letterato che ha scelto “pour cause” tali letture» [Pasolini II, 1999:1995-2116]. Egli chiedeva alla disciplina di aiutarlo a capire quale poteva essere il punto di incontro tra natura e cultura, fra vita e conoscenza storica. L’antropologia, venne spesso usata dall’autore per porsi contro la società borghese, definendola come disciplina di liberazione, capace di scoprire gli spazi non ancora osservati e di fornire una critica culturale alla borghesia [cfr. Sobrero, 2015]. Negli anni Cinquanta collabora con la rivista La Lapa, diretta da Eugenio Cirese, frequenta il Centro Etnologico Italiano fondato da Ernesto De Martino, Diego Carpitella e Vittorio Lanternari e nei suoi romanzi “romani” lavora esclusivamente con categorie e strumenti etnografici, ad esempio in Petrolio proponeva di tornare a discutere sul rapporto tra cultura popolare e cultura dominante [Ibidem]. Non va dimenticato poi che negli anni ’70 recensisce Antropologia Religiosa di Alfonso Maria Di Nola da cui trae molti spunti per la sua concezione di culto della “nuova gioventù”.

Pasolini, per quanto amasse e rispettasse la disciplina, non venne tuttavia ricambio dagli antropologi. Ad esempio Di Nola stesso definì la sua produzione come carente e mistificata, accusandolo di un eccessivo romanticismo e dandogli del nostalgico per il suo guardare ai valori contadini come un paradiso perduto. Discorso ripreso anche da Luigi Maria Lombardi Satriani che lo criticò di mitizzare eccessivamente il mondo folklorico [cfr. Sobrero, 2009]; «indubbiamente la sua visione della cultura contadina è permeata da un profondo rimpianto e può darsi che per esso la rappresentazione del mondo folklorico tradizionale risenta di una certa mitizzazione» [Lombrardi Satriani, 1997:184], tuttavia ad onor di cronaca è doveroso segnalare come Lombardi Satriani stesso non condanni del tutto un simile atteggiamento, aggiungendo «chi ha stabilito una volta per tutte che il rimpianto e la nostalgia siano atteggiamenti negativi in assoluto[…]?»[Ivi, p.184]

Fino a Petrolio l’opera pasoliniana sembra retta dalla voglia di conoscere “l’altro” che in Pasolini è soprattutto quello al di là del confine delle parole: l’altro come possibilità di riconoscersi non solo nell’intera umanità ma anche di riconoscere il mondo come luogo del proprio abitare ed è qui che entra in gioco la rilettura di Mircea Eliade con la nozione di “sacro” e il recupero del termine “mistico”. Per Pasolini la nozione di sacro, prima di essere una riflessione filosofica, è un’esperienza personale, che lui definisce “paesana” perché in lui proveniente da una tradizione più lontana di quella cattolica. Se per Eliade il sacro è un atto primigenio che irrompe nel mondo profano, fondandolo e ordinandolo, quindi un qualcosa che acquista visibilità opponendosi al profano, per Pasolini l’importante era ribadirne il carattere laico e storico, pertanto a suo dire il sacro è sempre istituzionalizzato ed è la vita stessa ad essere sacra [cfr. Sobrero, 2015]. Petrolio si può leggere, però, privilegiando un unico tema, il potere, che per Pasolini indica il carattere distintivo della borghesia: avere potere è l’ossessione identitaria del borghese medio [Ibidem]. Quello che racconta Pasolini è quindi il tentativo di autoconservazione del potere, in un’Italia segnata da omicidi politici e associazioni segrete. Il protagonista dell’opera, l’ingegner Carlo Valletti, è in pratica un alter-ego dell’autore, un uomo di potere, come ormai lo era Pasolini stesso negli anni Settanta. Un giorno Carlo si sdoppia in due esseri distinti che potremmo definire uno angelico e uno infernale, Carlo Polis e Carlo Tetis, i quali sembrano riunirsi solo in alcuni momenti “sacri”: durante il rapporto sessuale con la madre, durante l’orgia con 20 ragazzi nel parco e quando viene posseduto da Carmelo. Nel primo caso il rapporto si consuma davanti ad uno specchio, elemento importante perché espressione di una verità da rivelare, ma non solo, perché lo specchio scopre i mascheramenti; nel secondo emerge la parte debole del protagonista che infatti non possiede ma viene posseduto: il “padrone”, non è più colui che possiede, che detiene il potere, ma l’esatto contrario; nel terzo infine abbiamo l’accertamento di Carlo della propria metà viziosa [Ibidem].

Si potrebbe affermare l’esistenza di due Pasolini, l’artista e l’antropologo: colui che osserva e colui che partecipa alla scena. È soprattutto a Roma che emerge il suo carattere etnografico, in un luogo dove si sente realmente uno straniero. La sua etnografia rispondeva a ciò che la “nuova” demologia italiana richiedeva esplorando le parti della città solitamente evitate dagli scienziati sociali: «è un vero peccato che De Martino anziché occuparsi della cultura popolare della Lucania non si sia occupato della cultura popolare di Napoli» [Pasolini, 1974:469]. Ragazzi di vita e Una vita violenta lo consacrano come esperto della cultura del sottoproletariato e della periferia. Non è errato quindi definire Pasolini, se non il primo, uno dei primi antropologi urbani, l’autore infatti entra nella “foresta urbana” utilizzando la metafora dei “nuovi selvaggi” per vedere ciò che gli altri non hanno visto [cfr. Sobrero, 2015].

Dario Bettati

Info

 

 

 

Bibliografia

Conti-Calabrese, G., Pasolini e il sacro, Jaca Book, Milano, 1994

Dei, F., “La libertà di inventare i fatti: antropologia, storia, letteratura”, in Prete,A., (diretta da), Il gallo silvestre n.13, I Mori, Siena, 2000

Felice, A., Gri, G., P., (a cura di), Pasolini e l’interrogazione del sacro, Marsilio, Venezia, 2013

Lombardi Satriani, L., “Pasolini: memoria, eresia e cultura contadina” in De Mauro, T., Ferri, F., (a cura di), Lezioni su Pasolini, Edizioni Sestante, Ripatransone, 1997

Pasolini, P., P., Saggi sulla politica e sulla società, Mondadori, 1974

Pasolini, P., P., Saggi sulla letteratura e sull’arte, tomo I, Mondadori, 1999

Pasolini, P., P., Saggi sulla letteratura e sull’arte, tomo II, Mondadori, 1999

Sobrero, A., M., Ho eretto una statua per ridere. L’antropologia e Pier Paolo Pasolini, CISU, Roma, 2015

Sobrero, A., M., Il cristallo e la fiamma. Antropologia fra scienza e letteratura, Carocci editore, Roma, 2009 

Sitografia

Centro Studi Archivio Pier Polo Pasolini: www.pasolini.net

www.amcirese.it

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