Ogni cosa a suo “sesso”. Cosa c’è di più innaturale della sessualità umana?

Senza nome 1

Cosa c’è di più innaturale della sessualità umana? Si, avete letto bene, la domanda è questa, provocatoria e critica.
Ma se ci si sofferma solo un attimo e ci si cimenta in una riflessione più articolata, si comincia a comprendere che l’interrogativo non è così stridente come appariva al primo ascolto.
Con sessualità umana si intendono tutte quelle attività finalizzate in parte alla riproduzione e alla ricerca del piacere ed in parte tutti gli aspetti sociali collegati al genere degli individui per come si è evoluto all’interno della società di riferimento.
A differenza degli animali, l’uomo nel corso della storia ha costruito anche complesse e differenti “modalità di comportamento” che servono a manifestare e suscitare l’attrazione nei confronti di ciò che si desidera (persona o oggetto) e la relazione che si instaura tra i soggetti coinvolti. In una sola parola, l’erotismo.




Sotto questo punto di vista, quindi, la differenza che sembra intercorrere tra l’uomo e gli altri esseri viventi è collegata a quella capacità umana di generare e costruire attrazione e piacere (e di conseguenza desiderio sessuale) nei modi più disparati.
Prendendo in prestito le parole di Bataille, «l’erotismo dell’uomo differisce dalla sessualità animale, in quanto presuppone l’intervento dell’interiorità dell’uomo» (Bataille, 1962: 29).
Partendo da questa affermazione, l’antropologo e filosofo francese continua la sua trattazione sulle questioni legate alle “marcature corporee” (tatuaggi, abbigliamenti, ammenicoli), in nome di questa sessualità che per l’uomo «non è rudimentale» [ibidem] ma è strettamente collegata al perenne lavoro di reinvenzione dell’idea che si ha del corpo e del suo utilizzo.

Unico tra gli esseri viventi, l’uomo sembra avere questa capacità di porre un distinguo tra erogeno ed erotico, riuscendo a determinare il suo piacere, identificando elementi di attrazione e reinventando sul proprio fisico “zone del piacere” per trarne piacere. Un piacere che, appunto, può prescindere anche del tutto da quelle zone erogene di cui è naturalmente dotato.
Non è certamente un traguardo dei nostri tempi, quello di pensare e ripensare al proprio corpo, reinventarlo, promuovere un discorso simbolico sulla sua percezione e che vada ad incidere sulle abitudini e sulle modalità di espressione della propria sessualità.
L’attenzione alle attività umane ci aiuta a capire come i corpi degli uomini non tendono ad esprimere naturalità nelle loro attitudini ma, bensì, tendenze che sono frutto di una riflessione individuale, inserita in un contesto sociale che pone/impone le sue regole anche sul modo in cui vivere e rappresentare la propria sessualità. Non esiste un contesto umano in cui il corpo sia materia grezza, non lavorata, immune all’azione trasformatrice della cultura, la quale agisce su di esso per lasciarvi sopra i segni che indicano come va percepito e pensato, trascendendone anche la sua materialità originaria o, come commenta Baudrillard, «da nessuna parte il corpo è questa superficie dell’essere, questa spiaggia vergine e senza tracce, questa natura» (Baudrillard, 2015: 19).
Ciò che però risulta interessante è osservare come oggi il corpo (ed in questo caso la sessualità, espressa per esso e su di esso) sia al centro di un dibattito che lo vuole protagonista di un “processo di liberazione”.
Come afferma Michela Fusaschi, «mai come oggi, nelle società del consumo il corpo viene lavorato, accessoriato, celebrato e apparentemente liberato da tutte quelle interdizioni morali che impedivano, fino a pochi decenni fa, di disporne per se» (Fusaschi, 2008: 7-8).
Ma è appunto una liberazione apparente, una falsa liberta, poiché sul corpo agiscono forze, poteri che, nel momento stesso della definizione della sua liberazione, tracciano le linee di ennesime interdizioni.

Lo stesso Baudrillard propone di leggere questo processo di “liberazione” del corpo secondo la logica dell’economia politica che caratterizza la contemporaneità (cfr. Baudrillard, 2015).
Lo sdoganamento dei vecchi tabù, del vecchio modo di mostrare e considerare attraente il corpo passa attraverso la proposta di nuove regole, nuove mode (tramite quella logica economica tutta occidentale di cui la pubblicità, la medicina, la stessa politica sono i motori) che producono però al tempo stesso nuove interdizioni, rinnovate “irregimentazioni corporee”. Vincoli che, tenendo in considerazione i processi storici dell’ultimo secolo e mezzo, sembrano evidenziare una “progressiva separazione” tra la materia del corpo e la sessualità che esso deve vivere.
«Gli stivali, i cosciali, i calzoncini corti sotto il mantello lungo, i guanti fin sopra il gomito o le calze a metà coscia, la ciocca di capelli sull’occhio o il cache-sexe della spogliarellista, ma anche i braccialetti , le collane, gli anelli, le cinture, i gioielli e le catene – ovunque lo scenario è lo stesso: un marchio che assume valore di segno […]» [ibidem].
Distretti corporei, lembi di pelle più o meno coperti, non erogeni ma erotizzati (così li identifica Baudrillard), portano alla creazione di una sessualità di «puro e semplice concetto» [ibidem]. Una sessualità quindi che sembra sempre più distaccarsi da quelle “caratteristiche erogene” della corporeità umana e costruirsi in un modo ideale e simbolico che trascende la materialità fisica umana.

E’ la cultura stessa quindi che erotizza e lo fa attraverso segni che non devono obbligatoriamente portare all’espletarsi di un amplesso per il raggiungimento dell’appagatezza sessuale e del piacere, un piacere che quindi può trascendere il corpo stesso.
La disconnessione totale dalla fisicità, parafrasando Le Breton, avviene per esempio nel cyberspazio, dove il corpo viene smaterializzato e neutralizzato (reso neutro ed immune anche da qualsiasi malattia da contatto). L’individuo, “libero” da ogni tipo di costrizione, libero di costruire virtualmente la sua sessualità e con una vasta “scelta” di strumenti per edificare il suo prototipo di eroticità, arriva a sentirsi svincolato dai limiti della sua datità corporea (cfr. Le Breton, 2007).
Uno scenario «post human», come lo definirebbe Mazlich, in cui i corpi tendono a meccanizzarsi e le macchine ad umanizzarsi, per immaginare una carne distaccata dai vincoli della malattia, degli handicap e della stessa morte. Una carne umana sempre “libera” di inventarsi un nuovo modo di vivere l’esperienza della sessualità.

Antonio Severino

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Bibliografia 

Bataille, G. (1962), Erotism. Death and sensuality, Walker, New York

Baudrillard, J. (2015), Lo scambio simbolico e la morte, Feltrinelli, Milano

De Vita, A. (1989), Sessualità contadina, Edisud, Salerno

Fusaschi, M. (2008), Corporalmente corretto, Meltemi, Roma

Le Breton, D. (2007), Antropologia del corpo e modernità, Giuffrè, Milano

Mazlich, B. (1993), The fouth discontinuity. The co-evolution of humans and machines, Yale University Press, New Haven 

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