Una favola per mettere in discussione il concetto di ‘bambino difficile’

(All’interno dell’articolo un estratto della favola)

Quante volte avete sentito parlare di bambini difficili, erroneamente definiti anche iperattivi? E quante volte avete provato ad andare oltre quel momento di difficoltà per comprendere le motivazioni di quei comportamenti?

Il bambino fatica ad esprimere le proprie emozioni. Riflettiamo: a volte è difficile persino per l’adulto leggersi dentro e capire quali emozioni egli stia provando. Il mondo interiore dell’uomo è un mondo complesso, fatto non solo di emozioni ma anche – e soprattutto – di credenze e preconcetti che sono stati creati e resi propri fin dall’infanzia. La stessa difficoltà potrebbe essere riscontrata anche dai bambini: infatti, spesso e volentieri, il bambino non ha peli sulla lingua. Parlare senza mezzi termini, però, non significa necessariamente mettere in atto una buona comunicazione. Una buona comunicazione si realizza quando vi è empatia e, soprattutto, ascolto.

Un bambino che non sa riconoscere le proprie emozioni viene frequentemente etichettato come bambino difficile, perchè egli utilizza dei metodi tutti suoi per esprimersi: la frustrazione può manifestarsi con scatti d’ira in casa; oppure il bambino può tentare di attirare l’attenzione degli insegnanti e dei compagni di classe attraverso azioni e reazioni esagerate.

L’obiettivo è andare oltre l’apparenza e sottolineare come l’esperienza di Alba Marcoli inviti a porsi delle domande di fronte ad un messaggio del genere, andando oltre la superficie.

Che cosa si potrebbe trovare andando oltre ciò che semplicemente vediamo?

Di solito un messaggio di disagio, di sofferenza, inascoltato. Raramente accolto. “Ogni sintomo è un messaggio”. Queste modalità poco funzionali si strutturano fin dalla primissima infanzia e, crescendo, diventano via via più difficili da gestire, ma, soprattutto, da comprendere. Il modo di entrare in relazione diviene sempre più rigido rendendo sempre più difficile una risoluzione, finché non saranno proprio gli esperti del mestiere a dover intervenire per restituire un senso ed una dignità a quel dolore.

Dal momento che la sofferenza esiste, è tangibile, nemmeno i più piccoli ne sono esenti: pensare che essi siano sempre felici è un preconcetto del tutto errato. Il bambino ha diritto di vivere e sperimentare l’ampia gamma di emozioni, sentimenti; a patto, però, che al suo fianco ci sia un adulto consapevole e conscio prima di tutto di se stesso, delle proprie emozioni.

Quest’ultimo potrà garantire al piccolo l’ascolto e la comprensione di cui necessita: sarà il suo contenitore di emozioni.

Naturalmente per ogni bambino va utilizzata una “chiave interpretativa” diversa, perchè ogni caso è a sè. Ogni sintomo, ogni manifestazione di disagio possiede una ragione di cui bisognerebbe interessarsi. Sostenere che ogni caso sia differente va motivato con il fatto che in ogni bambino vivono tre storie: la sua, quella di sua madre e quella di suo padre. Un difficile intreccio nel quale mettere il cuore.

Educare alle emozioni risulta essere importante per avere delle buone e soddisfacenti relazioni sociali a partire dall’infanzia e lungo il corso della vita.

Il testo della Marcoli, da cui è tratta la favola “Il lupacchiotto che faceva sempre i dispetti”, insegna proprio che “un attento ascolto del sintomo da parte dell’ambiente che circonda il bambino può agire d’aiuto nella modificazione del suo mondo interno“. Questa favola racconta proprio della difficoltà nell’esprimersi in maniera autentica. Essa è ispirata ad un caso con il quale la dottoressa è entrata in contatto. Nello specifico caso la favola non fu letta direttamente al bambino, bensì alla madre del piccolo e ai suoi insegnanti, i quali, dopo aver ascoltato la storia,si dimostrarono ben disposti verso il bambino e i suoi bisogni. Il lupacchiotto di cui la Marcoli racconta è un cucciolo che sta vivendo un momento di transizione e che non si sente ben voluto dalla sua mamma, semplicemente perchè ella è molto occupata con i fratellini più piccoli. Il suo modo di reagire è piuttosto provocatorio.

Iniziare a guardare il mondo e gli avvenimenti con gli occhi di un bambino è il primo passo che l’adulto può compiere per affrontare questo tipo di difficoltà. Un comportamento proattivo e una modifica dei piccoli gesti quotidiani sembrano essere un buon modo per accogliere i momenti critici del bambino.

 

“Il lupacchiotto che faceva sempre i dispetti”

Quello delle Sette Querce era proprio un bosco normale come gli altri di questa terra e quindi c’erano anche lì gli animali tranquilli che tutti giudicavano buoni e quelli scatenati che tutti ritenevano cattivi.

Ma c’era un cucciolo che in fatto di cattiveria non aveva rivali: era un lupacchiotto scuro e col pelo irto, sempre pronto ad attaccare e a fare i dispetti agli altri, finchè tutti lo scacciavano. Anche quando andava alla Scuola dello Spiazzo trovava sempre il modo di infastidire qualcuno; o tirava la zampa a uno, o pestava la coda a un altro, o lanciava le ghiande sul naso di chi gli stava di fronte, ma fermo non stava proprio mai. E ogni volta era sempre la stessa storia: gli altri cuccioli si lamentavano, c’era chi si ribellava, chi subiva, chi andava a dirlo al gruppo degli Anziani, chi cambiava posto finchè lui restava solo con suo pelo nero irto che lo faceva sembrare ancora più brutto. E così gli altri cuccioli si vendicavano chiamandolo ‘il Brutto’ e lo prendevano in giro per il suo pelo.

Lupacchiotto faceva finta di niente, ma dentro di sé ne soffriva molto. Il fatto è che tutti gli altri cuccioli, almeno così sembrava a lui, avevano a casa una mamma che li amava, che gli spazzolava il pelo prima che uscissero dalla tana, che gli cambiava il fiocco tutti i giorni e glielo preparava ogni volta bello lavato e stirato di fresco. Invece sua mamma non aveva mai il tempo di fare tutte queste cose.

Era una mamma che aveva sempre da fare, ma che non riusciva a concludere tutti i lavori anche perchè aveva quattro figli: Lupacchiotto, che era sempre ribelle, Lupetta che era molto più carina ma voleva sempre lei l’attenzione, e due gemelli che erano molto piccoli e avevano ancora bisogno di tutto. E così quando si arrabbiava, era con Lupacchiotto che si sfogava spesso e gli diceva delle cose che i grandi a volte dicono senza crederci fino in fondo quando sono proprio fuori di sè, perchè sono molto arrabbiati e non si rendono conto che i cuccioli invece a quelle parole ci credono davvero, anche quando fingono il contrario. Allora quando la mamma gli urlava: ‘Tu sei proprio la mia rovina, mi farai morire!’, Lupacchiotto ci credeva davvero e aveva veramente paura che la mamma morisse e a volte era così terrorizzato che desiderava davvero che lei morisse e poi subito dopo si spaventava di quel pensiero che gli era venuto e per cancellarlo faceva tutto quello che poteva per aiutare la mamma: andava a prendere il latte, accompagnava la sorellina a scuola,accudiva i fratelli piccoli e così di seguito.

Però Lupacchiotto era un cucciolo molto triste… continua a leggere

Melissa Gaudenzi

Info

 

 

Bibliografia

Marcoli, A. (1996), Il bambino arrabbiato, Milano, Mondadori

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *