Un Pedagogista in ospedale serve? E se si, come?



In un momento complesso come quello della malattia in età pediatrica a chi spetta accogliere, assistere e sostenere la famiglia? E ancora: le cure e l’assistenza del paziente pediatrico e della sua famiglia sono un campo esclusivamente medico? L’esclusione del Pedagogista dall’ambito sanitario, come proposto dal Ministro Lorenzin, è la giusta rotta da seguire?  Gli ospedali pediatrici, le cure e l’assistenza che occorre offrire al bambino e alla sua famiglia sono state poste, negli ultimi anni, al centro dell’attenzione mediatica. Per rispondere a tali interrogativi, oggi, si potrebbero citare una serie di interventi e buone pratiche che dimostrano che lo stato di salute può essere altamente influenzato dall’umore e dal clima che si respira e vive in un reparto ospedaliero; al tal proposito, persino l’Organizzazione Mondiale della Sanità ci ricorda che la salute è uno stato di completo benessere inteso nella sua componente fisica, psichica e sociale (OMS, 1946).

Quando la diagnosi di una malattia medio – grave irrompe nella vita di una famiglia disperazione, paura e senso di colpa sono le reazioni più frequenti dei genitori (Kanizsa, 1998). Tali reazioni e il clima familiare che da quel momento si genera influenzano il comportamento del bambino, determinando la sua capacità o meno di accettare, di integrare e di affrontare il percorso di malattia e di cure. Esiste pertanto un binomio molto stretto tra la risposta dei genitori alla malattia e quella del bambino: genitori consapevoli e fiduciosi saranno in grado di sostenere e aiutare al meglio il bambino in ospedale.

Erano i non troppo remoti anni ’50 quando, negli Stati Uniti prima e in Italia dopo, si cominciò a parlare di Umanizzazione degli ospedali, intendendo con questa definizione il processo che prevedeva la divisione tra ospedali pediatrici e ospedali per adulti. Umanizzare le cure e l’assistenza significava riconoscere la possibilità per il bambino ospedalizzato di avere al proprio fianco un genitore e garantire  momenti di gioco, di svago e di quotidianità. Tale processo, nel tempo, ha richiesto e permesso l’impegno attivo degli Educatori Professionali e dei Pedagogisti nei reparti degli ospedali pediatrici. Attualmente gli Educatori Professionali e i Pedagogisti operano nei contesti sanitari attraverso enti no profit ed associazioni; questi enti, spesso sono gestiti da persone che sulla base delle loro dolorose esperienze personali hanno riconosciuto  l’importanza del sostegno di tali figure professionali. Il Pedagogista con il suo agire progettuale, educativo ed empatico è una risorsa efficace per offrire sostegno e accoglienza al bambino e alla sua famiglia durante la malattia e il ricovero.

Cosa fa un pedagogista in ospedale?

  • Si occupa di bambini e famiglie in situazione di disagio causato dalla malattia e dal ricovero;
  • Contribuisce alla cura, occupandosi del benessere psico – affettivo dell’intero nucleo familiare;
  • Promuove un percorso di educazione alla resilienza. Ovvero, un percorso che fa leva sull’insieme delle motivazioni che spingono i soggetti a reagire alle avversità della vita. Un percorso educativo dunque che vuole aiutare la famiglia ad inserire la malattia nella propria esperienza esistenziale;
  • Contribuisce,  alla definizione di una progettualità  che superi la malattia e l’ospedale, accompagnando tutti i membri durante l’intero percorso di cura in ospedale dal momento della diagnosi fino alla dimissione e il ritorno a casa;  
  • Si prende cura della relazione. Il Pedagogista costruisce una relazione d’aiuto, di fiducia e di accoglienza;
  • Restituisce a tutti i membri un senso di continuità con il mondo fuori dall’ospedale e permette di riscoprire la dimensione ludica della vita;
  • Si pone come “mediatore emotivo”: in alcuni casi facilita la comunicazione tra famiglie e personale sanitario;
  • Propone tecniche di accompagnamento e di sostegno durante le procedure invasive e dolorose e di educazione terapeutica, semplificando l’agire medico e aumentando la compliance (intesa quale partecipazione e adesione alle cure) del paziente e della sua famiglia;
  • Garantisce all’équipe il raggiungimento della presa in carico globale del paziente, che vuol dire occuparsi anche dell’insieme dei bisogni affettivi ed emotivi del bambino e della sua famiglia;
  • Progetta, in maniera scientifica, attività ricreative e artistiche che permettano alla famiglia di rielaborare i propri vissuti ed emozioni circa la malattia e l’ospedalizzazione;
  • E’ flessibile e creativo nel suo intervento: lo ri-progetta sulla base delle condizioni di salute e sugli umori della famiglia. Utilizza un approccio empatico alla relazione. L’empatia permette al professionista in questione di mettersi nei panni dell’altro e di comprendere in breve tempo il da farsi al fine di costruire una relazione d’aiuto autentica (Albiero, Mastricardi, 2016).

Le attività progettate e proposte variano a seconda dell’età e delle condizioni di salute, ma soprattutto del bisogno del bambino e della sua famiglia. In generale, le attività possono voler:

  • affiancare ed aiutare ad affrontare il dolore;
  • divertire;
  • diminuire ansia e stress;
  • migliorare le strategie di coping (reazioni messe in atto di fronte una situazione stressante).

Tra gli strumenti di cui il Pedagogista si può servire nella progettazione ci sono:

  • giochi;
  • musica;
  • pittura;
  • materiali creativi;
  • lettura e teatro;
  • tutti quegli strumenti che di volta in volta il Pedagogista può ritenere opportuni.

Ad esempio, il Pedagogista può decidere di utilizzare il materiale medico a disposizione (garze, cerotti, siringhe e tubicini). Tali strumenti possono diventare dei validi ausili per realizzare quadri o per trasformare i bambini in piccoli dottori. Il gioco che usa il materiale medico permette di familiarizzare con esso e di risvegliare la parte attiva del bambino.

Tuttavia oggi, il decreto attuativo firmato dal Ministro Lorenzin del 13 marzo 2018 “Costituzione degli Albi delle professioni sanitarie tecniche, della riabilitazione e della prevenzione” rischia di tagliare fuori il professionista pedagogico da questo campo di intervento. In tal modo le nostre strutture si allontanano sempre più dal tanto auspicato processo di Umanizzazione degli ospedali  di cui in molti parlano.

Tracciato in questo modo il profilo del Pedagogista in ospedale ci chiediamo:Siamo davvero certi che la rotta intrapresa con l’esclusione del professionista dal contesto ospedaliero sia quella giusta? Il Pedagogista con la sua mente progettuale e con il suo tatto empatico permette di riempire il silenzio, il bianco e l’asettico del reparto pediatrico, aiuta a crescere e mantenere vivo lo spirito e la progettualità futura dell’intero nucleo familiare.

Michela Origlia
Info

 

 

 

 

Bibliografia:

Albiero P.; G. Mastricardi, Che cos’è l’empatia, Roma, Carrocci Editore, 2016

Buccolo M., Formarsi alle professioni educative e formative. Università, lavoro e sviluppo dei talenti, Milano, Franco Angeli, 2015

Buccolo M., L’educatore emozionale. Percorsi di alfabetizzazione emotiva per l’infanzia, Milano, Franco Angeli, 2015

Kanizsa S., La paura del lupo cattivo: quando un bambino è in ospedale, Roma, Raffaele Cortina Editore, 1998.

Sitografia:

Anep: https://www.anep.it

Life Skills Italia: http://www.lifeskills.it

Ministero della salute: http://www.salute.gov.it/portale/home.html

Rete arte medicina: http://www.reteartemedicina.com

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