La “rete” che uccide

Solo qualche settimana fa una concorrente di Miss Italia 2018, Chiara Bordi, è stata oggetto di commenti offensivi ed insulti sui social dai cosiddetti haters poiché è stata la prima partecipante al concorso di bellezza con una protesi alla gamba sinistra. Chiara è solo una tra le tante che in rete vengono trattate con odio e disprezzo solo perché il suo corpo non soddisfa i canoni estetici imposti dalla società. Da far presenti anche Carolina Picchio, Tiziana Cantone, Amanda Todd; alcune giovani vite spezzate, indotte al suicidio da un peso insostenibile che logora uccidendo prima nell’animo e poi nel corpo. Questi episodi di brutalità e ferocia dagli effetti devastanti e talvolta mortali che hanno un nome: cyberbullismo o bullismo digitale.

Questo fenomeno si configura come: “una qualunque forma di pressione, aggressione, molestia, ricatto, ingiuria, denigrazione, diffamazione, furto d’identità, alterazione, acquisizione illecita, manipolazione, trattamento illecito di dati personali realizzata per via telematica”.( legge 71/2017)

Da ricerche recenti (Telefono Azzurro, Doxakids 2017) emerge che il 35% dei ragazzi intervistati è stato vittima di cyberbullismo, ma solo 1 su 2 ha parlato con i genitori; inoltre si scopre che la fascia più a rischio è quella dei teen agers fra i 12 e i 18 anni. Si rileva che il bullismo “mobile”, agito con il cellulare, sia più legato al mondo della scuola, mentre il bullismo in rete riguarda un “pubblico” più vasto ed eterogeneo (Genta, Brighi, Guarini, 2009). Il cyberbullo può essere un estraneo o una persona conosciuta dalla vittima che mediante la condizione di anonimato e la mancanza di contatto corporeo con la vittima, utilizza un fake (profilo falso), un avatar (rappresentazione grafica) che concorrono ad amplificare ogni atto aggressivo. La denigrazione compiuta supera la dissonanza cognitiva tra valori e azioni, per l’attivazione nel cyberbullo di processi di disimpegno morale (Bandura 1986) ovvero il disinnesco della coscienza personale, una sorta di autogiustificazione che comporta la  de-umanizzazione dell’altro, la mancanza di empatia e l’immaturità identitaria.

Ci sono varie teorie su come si diventa cyberbulli:

  • per comportamenti appresi (Akers 1966, Bandura 1986) o rinforzati (Skinner 1938);
  • per fronteggiare le frustrazioni della realtà;
  • per vendetta perché in passato si era la vittima;
  • per irresponsabilità verso le proprie azioni(Hinduja-Patchin, 2009).

Il cyberbullo si sente invincibile perché l’offesa o la persecuzione propagata on-line raggiunge in poco tempo una platea globale di visualizzazioni e condivisioni facendo del bullismo digitale un fenomeno teatrale di gruppo in cui ci sono tanti spettatori (gregari, branco) che partecipano e sono colpevoli in egual misura.

Chi subisce atti di cyberbullismo nega l’esistenza del problema perché tende a colpevolizzarsi e difficilmente parla dell’incubo che sta vivendo con qualcuno, ovvero della perdita del vissuto relativo al proprio corpo e al contatto in vivo con il corpo dell’altro (Genta, Brighi, Guarini, 2013), con conseguenze fisiche, psichiche e sociali. La vittima può sviluppare emozioni ambivalenti: rabbia per quello che gli sta accadendo e per la sua incapacità di reagire, vergogna, senso di colpa perché sente di essere in parte responsabile di quanto accade e vive costantemente con la  paura di essere preso in giro, deriso, umiliato. La violenza in qualsiasi forma si concretizzi lascia sempre segni profondi: bassa autostima, depressione, malessere, autolesionismo, dipendenza da droghe e alcol, istigazione al suicidio, tragici epiloghi che rappresentano una sconfitta per l’intera società umana e civile.

La cyber-violenza del bullismo digitale si manifesta in molteplici forme, spesso intersecate tra di loro ( (Willard, 2007, Pisano, Saturno, 2008):

  1. Flaming (fiamma): ha luogo con l’invio di messaggi in rete violenti e volgari, allo scopo di suscitare dei conflitti nelle chat, nei videogiochi interattivi.
  2. Harassment: (molestia)  sono parole e azioni persistenti attraverso e-mail, sms, mms, telefonate sgradite o mute dirette verso una persona specifica.
  3. Cyberstalking: ovvero la cyber-persecuzione con molestie insistenti ed intimidatorie tanto che la vittima comincia a temere per la propria sicurezza fisica.
  4. Denigration: (denigrazione) offendere la reputazione o le amicizie della vittima, diffondendo in rete messaggi falsi o dispregiativi.
  5. Impersonation: se è a conoscenza della password, il persecutore si sostituisce alla vittima gestendone l’account e inviando messaggi.
  6. Tricky Outing: il cyberbullo mira ad ottenere informazioni private e intime della vittima con l’inganno per poi condividerle in rete, o minacciare di divulgare materiale personale se non si soddisfano richieste assurde (anche sessuali).
  7. Exclusion: l’esclusione avviene nel momento in cui il cyberbullo decide di escludere intenzionalmente dal proprio gruppo di amici, dalla chat, da un gioco interattivo un altro utente (bannare).
  8. Happy slapping: è una registrazione video condivisa on line,  durante la quale la vittima viene ripresa mentre subisce violenza fisica, psichica.

In che modo allora possono intervenire  i professionisti dell’educazione?

La legge 71/2017 ha stabilito delle linee di orientamento (Art.4) da adottare in ambito scolastico, tramite la formazione del personale che poi promuoverà le azioni preventive con gli alunni. Gli interventi sono realizzati in ottica di prevenzione e contrasto in prospettiva educativa, perché questo fenomeno non riguarda solo chi lo fa e chi lo subisce, ma l’intero contesto sociale: famiglie, insegnanti, Istituzioni. Spesso, vengono instaurate collaborazioni con pedagogisti per realizzare progetti sulla sicurezza in rete, sportelli pedagogici di supporto, manifestazioni cittadine di sensibilizzazione.

L’intervento pedagogico, in quanto attività che sollecita il cambiamento di tipo intenzionale, tenterà di costruire le condizioni per permettere ai soggetti di qualsiasi età di ri-rappresentarsi (Demetrio, 1999). Ciò è la base per un agire educativo mirato a contrastare il fenomeno, sia perché non è facile capire quanto i cyberbulli siano consapevoli delle conseguenze che possono scaturire nell’istante in cui mettono in rete immagini denigratorie e commenti offensivi, sia per le vittime, perché possano riappropriarsi dell’identità frantumata. Spesso, anche i genitori non hanno la percezione della gravità del gesto: frasi come “è solo una ragazzata, uno scherzo” sono all’ordine del giorno, anche se in realtà oggi certi atti a danno altrui sono reati puniti dalla legge. La denuncia ha valore educativo soprattutto nel portare alla luce il “sommerso”, ovvero tutti gli episodi che per vergogna o paura restano nell’ombra. Eppure, è nella stessa “rete”, grazie all’azione sinergica di Forze dell’Ordine, Istituzioni, scuole e associazioni che si possono trovare le risorse per promuovere interventi educativi mediante iniziative di contrasto e una corretta informazione su questo fenomeno. Un esempio di ciò è “Generazioni connesse”un progetto coordinato dal Miur.

Occorre educare alla responsabilità delle proprie azioni, affinché maturi la consapevolezza che non si può denigrare, umiliare e svilire una persona solo perché è diversa per genere, etnia, aspetto fisico, per vendetta o semplicemente per noia e soprattutto che non si può banalizzare l’odio sul web. Le parole di Eco che definiscono l’imbecille digitale rendono bene l’idea di come oggi le “chiacchiere virali” distruggano la vita di chi le subisce: “I social media danno diritto di parola a legioni di imbecilli che prima parlavano solo al bar dopo un bicchiere di vino, senza danneggiare la collettività. Venivano subito messi a tacere, mentre ora hanno lo stesso diritto di parola di un Premio Nobel. È l’invasione degli imbecilli. Il dramma di Internet è che ha promosso lo scemo del villaggio a portatore di verità” (Eco, 2005).

Antonia Ragone

Info

 

 

 

Bibliografia

Camaioni L., Di Blasio P.,Psicologia dello sviluppo, Il Mulino, Bologna,2004

Demetrio D., Lavoro sociale e competenze Educative , Carocci, 1999

Genta L., Brighi A.,  Guarini A. , Cyberbullismo ricerche e strategie di intervento”, editore FrancoAngeli, Milano, 2013

Marinuzzi Francesco, Gessica de Cesare, “Cyberstalking e Cyberbullismo. Come gestirli e6. proteggersi adeguatamente”, Aracne Editore, Roma, 2017

Santerini M., Triani P., Pedagogia Sociale per Educatori,  Educatt, 2007

Sitografia

https://www.gazzettaufficiale.it Legge 29 maggio 2017, n. 71, “Disposizioni a tutela dei minori per la prevenzione ed il contrasto del fenomeno del cyberbullismo”

http://www.fondazionecarolina.org/

https://www.ilmessaggero.it Intervista a Umberto Eco in data 11/06/2005

www.azzurro.it

http://generazioni connesse.it

http://biteedintorni.it

http:www.miur.gov.it

http://questionegiustizia.it

Videografia

https://youtu.be/jyvQLFYFnI4

https://youtu.be/kXhZ1DZBW6g

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