Gay Radar: mito o realtà?

Tra le credenze del senso comune è diffusa l’idea che sia possibile carpire (e capire) l’orientamento sessuale di qualcuno attraverso le intuizioni o il linguaggio non verbale. Questa presunta abilità, sia di persone Lesbiche, Gay e Bisessuali (LGB) sia di persone etero, viene generalmente definita GayRadar.
Come spesso accade con molti costrutti del senso comune, anche il cosiddetto GayRadar (Gay-dar nell’accezione inglese) è stato preso in considerazione dalla ricerca psicologica e nello specifico dalla psicologia sociale. Recentemente è stato pubblicato uno studio che ha analizzato il fenomeno (Cox, Devine, Bishmann, Hyde, 2016): ciò che concludono gli autori è che il GayRadar sia un mito che legittima l’impiego di forme stereotipiche e pregiudiziali nei confronti della comunità LGBT+.
Il GayRadar non è quindi il sesto senso o il dono divino che alcuni credono, ma l’insieme di stereotipi e pregiudizi messi in atto da persone etero e dalla comunità LGBT+ stessa.

Quali sono gli stereotipi usati?

Gli stereotipi che riguardano le persone non-eterosessuali (gay, lesbiche, bisessuali) si formano (anche) attraverso la Gender Inversion Theory (Havelock 1927).

Secondo il senso comune, ancorato alla convinzione che esistano due generi sessuali opposti tra loro (maschio-femmina), infatti, le persone omosessuali sarebbero più simili (per inclinazioni, atteggiamenti, gusti o interessi) alle persone dell’altro genere (Pietrantoni, Prati, 2011). In realtà l’esistenza di due soli generi (binarismo di genere), è stata messa in discussione da tempo. Basti pensare che anche nell’ultima versione del DSM-5 si fa riferimento all’identità di genere maschile, femminile e “altro” (ovviamente in un’ottica non patologizzante), ciò sottolinea l’assenza di una certezza per cui esisterebbero solamente due generi (maschile e femminile).
La Gender Inversion Theory è ben rappresentata dal linguaggio comune che viene utilizzato in riferimento a persone che sfuggono ad una categorizzazione di genere ben definita: così, nel linguaggio comune, uomini e donne possono essere definiti, rispettivamente,  effeminati e maschiacci quando non rientrano nel prototipo del loro gruppo sociale, quando non rispettano le cosiddette norme della gender socialization (in parte spiegata in questo articolo).
Data, inoltre, l’eteronormatività che pervade il panorama socio-culturale Occidentale, un uomo non-etero non può essere (nel senso comune) paragonato ad un uomo etero poiché non ne incarnerebbe le caratteristiche. Dato che l’eteronormatività proclama l’eterosessualità come norma, tutti gli altri orientamenti sessuali sarebbero quindi varianti di questa norma, e in quanto tali più facilmente patologizzabili e stigmatizzabili.

L’eteronormatività, quindi, potrebbe portare le persone a dar per scontato che:
– tutte le persone con cui entrano in contatto siano eterosessuali
– che sono in grado di riconoscere chi non è eterosessuale.
In altre parole sembra suggerire che: “si è etero fino a prova contraria“ e che questa prova sia ben visibile.

A cosa serve il GayRadar?

Come è stato accennato, il GayRadar servirebbe per riconoscere, attraverso inferenze, l’orientamento sessuale delle persone.

Alcuni autori ne hanno ipotizzato una base biologica, leggibile in chiave evoluzionistica.
Uno studio del 2013 (Lyons, Lynch, Brewer, Bruno) smentisce però questa ipotesi.
Lo studio ipotizzava proprio tale base biologico-evoluzionistica, per indagare il fenomeno gli autori hanno pensato di coinvolgere un gruppo di donne eterosessuali e un gruppo di donne omosessuali. L’ipotesi di base prevedeva che le donne etero, la cui meta sessuale (Panzeri, 2013) sono gli uomini, avrebbero ottenuto punteggi più alti nell’indovinare facilmente l’orientamento sessuale di questi ultimi. Mentre le donne lesbiche sarebbero dovute essere in grado di scoprire l’orientamento della loro meta sessuale: le donne.

Contrariamente a quanto gli autori avevano predetto però, le donne eterosessuali che hanno partecipato all’esperimento non hanno mostrato maggiori capacità nell’identificare l’orientamento sessuale degli uomini, così come le donne lesbiche non mostravano speciali abilità nell’identificare l’orientamento sessuale del campione rispettivo.

In altre parole il “Gay Radar” non si è mostrato un fatto “biologico” e innato, probabilmente quindi non si è sviluppato nel corso dell’evoluzione ma sembrerebbe affondare le proprie radici in ambito psico-sociale.

A questo punto, qualcuno potrebbe sostenere l’esistenza del GayRadar perché ne ha fatto esperienza (attivamente o passivamente) nella propria vita quotidiana.  

In psicologia, tuttavia, sono noti i fenomeni della memoria selettiva e della percezione selettiva: le persone che usano pregiudizi spesso li rinforzano ricordando e percependo solo quelle esperienze che confermano le loro opinioni. Sarò più propenso, quindi, a ricordare le volte in cui effettivamente ho “azzeccato” l’orientamento sessuale di qualcuno sulla base di stimoli ambigui e non le volte in cui ho sbagliato.
Il GayRadar, inoltre, spesso si applica nei confronti di quelle persone che incarnano il prototipo del gruppo sociale. Mentre gli altri membri, non prototipici (e quindi senza evidenti caratteristiche del proprio gruppo di appartenenza) non vengono “riconosciuti” dal GayRadar. In altre parole: il GayRadar potrebbe funzionare in quei casi in cui l’appartenenza al gruppo “omosessuali” è evidente poiché la persona ne incarna le caratteristiche considerate (stereotipicamente) tipiche.
Così, tutti gli altri membri, non prototipici, non vengono individuati dal GayRadar stesso.
Un altro fenomeno che può essere preso in considerazione è l’autocategorizzazione.
Noi stessi ci sentiamo spesso parte di gruppi sociali e crediamo di condividere con gli altri membri alcune caratteristiche. Alcune volte manifestiamo la nostra appartenenza a quel determinato gruppo con oggetti (es. Sciarpe della squadra preferita), atteggiamenti (particolari saluti, gesti, manierismi), parole (particolare slang, inclinazione della voce), abbigliamento, interessi ecc.
Lo fanno le persone etero e lo fanno le persone LGBT+. Facendo parte di un determinato gruppo sociale, come possono essere le minoranze sessuali, possiamo rivestire alcuni stereotipi che caratterizzano il gruppo a cui apparteniamo (in-group) e rifiutarne alcuni che appartengono agli altri gruppi sociali, con i quali non ci identifichiamo (out-group).
Infine, proprio perché si fa parte di un gruppo sociale, si può essere più attenti a “segnali” che mi indicano la presenza di un altro membro del mio stesso gruppo e che possono sfuggire a qualcuno che fa parte dell’out-group.

In sostanza il GayRadar rappresenterebbe un insieme di stereotipi e pregiudizi attraverso i quali cerchiamo di leggere l’orientamento sessuale di qualcuno. L’uso di questi stereotipi e pregiudizi viene legittimato dal mito stesso del GayRadar.
Risulta importante quindi riconoscere ed essere consapevoli dei propri stereotipi e pregiudizi, soprattutto per le persone etero e cisgender che potrebbero essere più lontane a queste realtà. Anche le stesse persone LGBT+, tuttavia, potrebbero perpetrare l’uso di stereotipi e pregiudizi e ritrovarsi così ad essere attori, tanto quanto gli altri, di una cultura eteronormativa, sessista e omobitransfobica senza esserne pienamente consapevoli.

 

Manuela A. Pinducciu

Laureata in Scienze e Tecniche Psicologiche presso l’Università degli studi di Cagliari

Studentessa in Psicologia Clinico-Dinamica presso l’Università degli studi di Padova

Altre info e articoli dell’autrice, qui.

 

 

Bibliografia

Alaei, R., & Rule, N. (2016), “Accuracy of perceiving social attributes”, in J. Hall, M. Schmid Mast & T. Wewst, The Social Psychology of Perceiving Others Accurately, (1st ed.). Cambridge: Cambridge University Press.

Cox, W. T. L.,Devine, P. G.,Bishmann, A. A., Hyde, J. S., (2016), Inferences About Sexual Orientation: The Role of Stereotypes, Faces, and The Gaydar Myth, J Sex Res. 2016 February ; 53(2): 157–171. doi:10.1080/00224499.2015.1015714.

Havelock, E. 1927, Studies in the Psychology of Sex, Volume II: Sexuale Inversion. 3rd Ed. Project Gutenberg

Lyons, M., Lynch, A., Brewer, G., & Bruno, D. (2013), “Detection of Sexual Orientation (“Gaydar”) by Homosexual and Heterosexual Women”, in Archives Of Sexual Behavior, 43(2), 345-352. http://dx.doi.org/10.1007/s10508-013-0144-7

Panzeri, M. (2013) Psicologia della sessualità, Bologna: Il Mulino.

Pietrantoni, L., Prati, G., 2011, Gay e lesbiche. Quando si è attratti da persone dello stesso sesso, il Mulino, Bologna

Sitografia

http://www.repubblica.it/tecnologia/2017/09/08/news/gay_o_etero_un_algoritmo_legge_l_orientamento_sessuale_sul_volto_il_controverso_studio_di_stanford-174923406/

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