Una maschera chiamata aggressività

Oggigiorno, sempre più spesso, televisione, radio e internet ci propongono immagini e notizie di brutalità e violenza. Tendiamo, con facilità, a relegare la spiegazione di fenomeni di crudeltà e ferocia (come il bullismo o la violenza domestica) a commenti semplicistici e da senso comune: era un pazzo, un mostro, un animale, è colpa del branco. Dopotutto, anche i matti hanno conservato, nell’immaginario collettivo, un legame alle espressioni di mania e di aggressività, piuttosto che di sofferenza passiva (Bell, 1806).

Numerosi studi di scienze psicologiche e sociali hanno cercato di spiegare i comportamenti umani sulla base di osservazioni fatte su animali. I privilegiati in questione sono da sempre i ratti. L’utilizzo di questo tipo di cavie ha permesso di fare inferenze sui nostri comportamenti, attraverso un processo definibile come antropomorfismo, inteso come «una trasposizione di caratteristiche e qualità umane ad esseri animati» [Vocabolario Treccani, 1986]. Tale tendenza porterebbe ad attribuire caratteristiche prettamente umane (quali egoismo o furbizia) agli animali, per spiegare, dopo una attenta osservazione, i comportamenti delle persone (Zamperini, 2014).

Un possibile punto oggetto di critica, riguarda la scelta degli animali in questione. Nel parlare di aggressività, uno studio di Shuuman del 1980, ha dimostrato che i ratti maschi sono più aggressivi delle femmine (Schuurman, 1980). La domanda che potremmo quindi porci potrebbe ironicamente essere: ‘Perché non sono stati scelti altri animali, come i criceti?’. In effetti, con i criceti le osservazioni sarebbero state radicalmente diverse, visto che si sarebbe trattato di associare la caratteristica della dominazione e dell’aggressività alle femmine piuttosto che ai maschi (Floody & Pfaff, 1977). Zamperini nel suo libro La Bestia dentro di noi (2014), tenta di smascherare queste concezioni, evidenziando come la scelta particolare delle cavie rappresenti un modello teorico che riflette lo status e la divisione patriarcale della società, in cui i maschi sono “dominanti” e le femmine “sottomesse”. Possiamo quindi già notare una prima fallacia nelle spiegazioni etologiche, che tendono a spiegare i dati e i risultati delle ricerche sulla base di teorie di riferimento precostituite e date per ‘vere’, come nel caso dell’aggressività (Bruner, 1992).

In questo senso, non stiamo negando una correlazione con caratteristiche biologiche, nè tantomeno stiamo andando ad eliminare la componente ‘bio’, quanto piuttosto stiamo provando a mettere in guardia circa la possibilità di dare uno statuto causale a queste caratteristiche, che andrebbero a dare una spiegazione unica e immodificabile dell’assetto societario (Zamperini, 2014).

La storia è permeata da teorie che cercano di trovare una sede e una causa all’aggressività. Il punto però è che l’aggressività è un concetto-valigia, che sembra essere utilizzato ogni qual volta siamo di fronte ad un atteggiamento che mira a fare del male a qualcuno che, ovviamente, vorrebbe evitare di essere danneggiato (Zamperini, 2014). Questa definizione del termine risulta estremamente generica e generosa. Secondo questa prospettiva, infatti, anche la pena di morte potrebbe essere classificata come ‘comportamento aggressivo’, eppure le esecuzioni sono legalizzate, regolamentate e visionate da un pubblico estremamente vasto e quindi totalmente accettate in un contesto, come potrebbe essere quello americano.

I teorici evoluzionisti hanno provato a trovare la sede dell’aggressività in geni, ormoni o alterazioni cromosomiche, con risultati contrastanti e spesso non validati dall’esperienza empirica sul campo. Un esempio è  la teoria del gene XYY: basandosi su una osservazione del regno animale e una inferenza diretta, si è data per vera l’equazione ‘cromosoma Y – aggressività’ (Zamperini, 2014). In questo senso, gli uomini con un cromosoma Y in più, sarebbero persone estremamente aggressive e quindi pericolose per la società. L’idea di fondo di questa teoria si basa (e viene al contempo screditata) su un evento di cronaca estremamente macabro, che coinvolse un uomo, un tale di nome Richard Speck. L’uomo in questione fu accusato di aver stuprato e ucciso 8 infermiere in un campus femminile di Chicago. La Difesa, al tempo, cercò di sostenere l’infermità mentale sulla base della presenza dell’anomalia genetica XYY: una questione genetica avrebbe quindi avuto la capacità di deresponsabilizzare l’imputato in quanto “aggressivo per natura”. La beffa sta nel fatto che il signor Speck non avesse questa anomalia genetica, esattamente come la maggior parte degli americani che possiedono questa alterazione non presenta una condotta deviante (Sarbin & Miller, 1970).

Oggi parlare di aggressività è scientificamente scorretto. A dirlo è la Dichiarazione di Siviglia del 1986 (APA, 1986), in cui i massimi esperti in materia hanno decretato l’inesistenza di una matrice causale biologica e di una predisposizione genetica dei comportamenti aggressivi. Nel testo viene esplicitamente dichiarato che ‘è scientificamente scorretto dire che il comportamento violento è geneticamente programmato nella natura umana’ o ancora che ‘abbiamo ereditato geneticamente la tendenza a fare la guerra dai nostri antenati animali’.

Questo ha portato all’esigenza di coniare un altro termine per comprendere che cosa accade tra gli individui, senza focalizzarsi esclusivamente sulle caratteristiche interne ed intrinseche del singolo, ovvero il cosiddetto ‘triangolo della violenza’. Questo triangolo si articola tra un carnefice, ovvero colui che ordina o esegue una azione definibile come violenta, una vittima, e uno spettatore. In particolar modo, la violenza fa riferimento ad una ‘azione intenzionale volta a piegare e costringere il comportamento altrui contro la propria volontà’ (Zamperini & Menegatto, 2016).

In questi termini, vediamo come a descrivere una azione come violenta non sia sufficiente la sola testimonianza della vittima, ma sia invece necessaria una narrazione combaciante tra vittima, carnefice (che dovrebbe quindi ammettere la sua responsabilità) e lo spettatore.

L’opinione pubblica, così come il singolo, possono diventare spettatori. Su questo punto del triangolo è necessario fare pressione, affinché la visione di una certa azione passi dall’essere considerata “neutra” a “violenta”. In questo modo la versione della vittima verrebbe ad essere sostenuta da un pubblico, da un Altro che darebbe credito alla significazione dell’evento data dalla presunta vittima, costringendo l’ultima parte rimasta in gioco, il carnefice, ad ammettere le sue responsabilità ed affrontare le conseguenze (Zamperini & Menegatto, 2016).

Descrivere un individuo come aggressivo tende quindi a de-responsabilizzare il singolo per l’accaduto. È invece importante che le persone rendano conto di ciò che dicono e fanno, in modo da dare valore a testimonianze e azioni che potrebbero essere perseguite a livello legale o sociale.

In quest’ottica quindi, l’aggressività come parola-ombrello non riesce a spiegare adeguatamente eventi complessi quali la Shoah, il G8 di Genova o il femminicidio. È quindi estremamente importante riuscire a cambiare il paradigma di riferimento in un’ottica più interazionista, che permetta una lettura dei fenomeni in una chiave più complessa, che tenga conto non soltanto del singolo, ma di una interazione tra più elementi, con particolare riferimento al contesto. Ogni evento non può essere estrapolato dal contesto in cui si verifica. Una astrazione categoriale come quella dell’aggressività rischia di dare spiegazioni pseudo-scientifiche a fenomeni contemporanei che, invece, hanno necessità di essere spiegati alla luce del ‘come’ accadono (Blumer, 1986).


Olivia Bruni

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Bibliografia

APA, Adams, D. (1989) “The Seville statement on violence: A progress report” in Journal of Peace Research, 26(2)

Bruner, J. S. (1992) La ricerca del significato: per una psicologia culturale, Bollati Boringhieri

Floody, O. R., & Pfaff, D. W. (1977) “Aggressive behavior in female hamsters: the hormonal basis for fluctuations in female aggressiveness correlated with estrous state” in Journal of comparative and physiological psychology 91(3)

Sarbin, T. R., & Miller, J. E. (1970) “Demonism revisited: the XYY chromosomal anomaly” in Issues Criminology 5

Schuurman, T. (1980) “Hormonal correlates of agonistic behavior in adult male rats” in Progress in brain research 53

Zamperini, A. (2014) La bestia che è dentro di noi: smascherare l’aggressività, Il mulino

Sitografia

Dichiarazione di Siviglia, 1986: https://www.apa.org/about/policy/seville-statement.pdf 

 

 

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