Padroni delle nostre scelte o vittime del conformismo?



La società contemporanea ci spinge continuamente all’innovazione e al pensare fuori dagli schemi. Il messaggio implicito che molto spesso ci viene propinato è quello di essere alternativi, diversi, in altre parole, anticonformisti. Anche in virtù di questo, ognuno di noi ha la percezione di essere diverso, speciale, non incline a seguire le mode o le tendenze del tempo. Ma le cose stanno davvero così? Se la risposta a questa domanda è affermativa, l’invito è quello di guardare i propri vestiti, il proprio cellulare e anche la propria automobile. Possibilmente abbiamo comprato proprio l’ultimo modello di iPhone uscito la settimana scorsa, anche se il nostro precedente cellulare andava benissimo. Cosa ci ha spinto a comprarlo, nonostante l’apparente assenza di motivi? Allo stesso modo, perché i cosiddetti “influencers” hanno un così grande successo?  La risposta a queste e altre domande circa il nostro conformarci nella quotidianità è stata formulata grazie a diversi studi condotti in ambito psicologico sul conformismo (o influenza sociale).

In psicologia sociale, con il termine conformismo si intende «la tendenza ad approvare l’opinione di una persona o un gruppo di persone e, conseguentemente, ad agire in maniere diversa da quanto avremmo fatto da soli». [Boca, Bocchiaro & Scaffidi Abbate, 2010].

Sherif nel 1935 ha studiato lo sviluppo delle norme sociali, ovvero canoni condivisi cui le persone tendono a conformarsi. L’autore ha posto una situazione ambigua, il cosiddetto effetto autocinetico, per cui, guardando un punto luminoso proiettato su una parete nera di una stanza completamente scura, si ha, dopo breve tempo, l’illusione che il punto si muova con movimenti irregolari e caotici. Il compito dei soggetti era quello di stimare l’ampiezza delle oscillazioni del puntino. Lo studio prevedeva tre diverse condizioni sperimentali:

  1. una situazione individuale, in cui i soggetti sottoposti all’esperimento in maniera singola ed indipendente tendevano a dare stime che differivano sensibilmente le une dalle altre;
  2. una situazione di gruppo successiva a sedute individuali, in cui i soggetti tendevano ad abbandonare la stima soggettiva, convergendo verso un valore intermedio;
  3. una situazione di gruppo seguita da sedute individuali, in cui i soggetti convergevano da subito verso un valore intermedio comune, che veniva poi mantenuto anche nella condizione individuale successiva.

Sherif concluse che tale fenomeno era dovuto all’ambiguità percettiva, nel senso che, quando un individuo si trova in condizioni incerte, ambigue e confuse, assume il comportamento degli altri come fonte di informazioni e si adegua ad esso. Questa sfaccettatura del conformismo prende il nome di influenza sociale informazionale, che comporta non solo un’acquiescenza pubblica, ma anche un’accettazione a livello privato della norma. (Deutsch & Gerard, 1955)

Saranno, però, i lavori di Solomon Asch (1951; 1955; 1956) a dare impulso alle riflessioni e alla ricerca sul peso che l’opinione altrui ha sull’individuo. Scopo di Asch era quello di mettere in luce le condizioni che inducono l’individuo a resistere o conformarsi alle pressioni di gruppo, anche quando il contesto non fosse ambiguo come nei lavori di Sherif.

Nel 1951 Asch organizzò una situazione sperimentale per la quale un gruppo di otto persone doveva indicare a quale delle linee presentate fosse uguale lo stimolo in esame. Sette partecipanti, in accordo con il ricercatore, dovevano fornire risposte volutamente sbagliate prima di cedere la parola all’unico componente non consapevole. Dopo una seria di prove, nelle quali il gruppo tendeva a contraddire l’evidenza percettiva, Asch riscontrò che in un’analoga situazione la persona può conformarsi o prendere posizione contro il gruppo. Nel 76% dei casi, in almeno una presentazione, i soggetti tendevano a concordare con gli altri. Analizzando le risposte dei soggetti, si può notare che alcuni dubitarono delle proprie capacità percettive, altri mantennero la propria opinione senza uniformarsi ma provando disagio, altri ancora ritenevano esatta la propria posizione, ma si uniformarono al gruppo per evitare di apparire fuori luogo. Questo è ciò che viene definito influenza sociale normativa, in cui in una situazione di non ambiguità si accetta solo pubblicamente l’opinione altrui per paura di essere emarginati. (Deutsch & Gerard, 1955).

Esistono, però, dei fattori che permettono di intensificare o ridurre l’effetto dell’influenza sociale. Ad esempio, il fenomeno si manifesta con maggiore intensità se il gruppo che esercita la pressione è unanime nel suo giudizio. Quindi, ciò che maggiormente importa non è la numerosità del gruppo, ma l’unanimità (Asch, 1951). Inoltre, è stato dimostrato che anche il retroterra culturale può influire sul conformismo: si è osservato che la tendenza ad uniformarsi è maggiore nelle società collettiviste come il Giappone rispetto a quelle individualiste come gli  Stati Uniti (Bond & Smith, 1996).

«Il fatto che le influenze sociali modellino qualsiasi azione, giudizio e credenza dell’individuo sia una verità innegabile» [Asch, 1951] non determina, però, una giusta consapevolezza di quanto noi stessi siamo soggetti all’influenza altrui. Infatti assistiamo ad una percezione asimmetrica del conformismo dovuta ad un meccanismo denominato effetto della terza persona [Davidson, 1983], ovvero la tendenza a sovrastimare gli effetti dei messaggi persuasivi sugli altri e a sottostimarne gli effetti su se stessi. Questo è il risultato della tendenza delle persone a soddisfare la motivazione di promozione di se stessi, facendo sì che le proprie risposte ai media e ai messaggi persuasivi siano più appropriate rispetto a quelle altrui (Boca, Bocchiaro, Scaffidi Abbate, 2010).  

L’influenza sociale normativa potrebbe dimostrare che la desiderabilità sociale è il fattore chiave attorno al quale ruota il concetto di conformismo, dal momento che il desiderio di essere riconosciuti e apprezzati come parte di un qualcosa di grande e positivo promuove e accresce l’autostima. Noi abbiamo bisogno di piacere agli altri, più o meno consciamente, più o meno intensamente, perché dall’interazione con l’altro proviene la nostra identità e la nostra autostima. E questo è un dato ormai consolidato in tutte le scienze umane, dalla psicoanalisi alla sociologia. (Cfr. Manza, Arum & Haney, 2014).

Dobbiamo, però, essere scettici nel dire che il potere delle pressione sociale implichi necessariamente una sottomissione acritica: la vita nella società richiede il consenso, ma questo diventa produttivo solo quando vi è il contributo e l’apporto individuale [Asch, 1951], altrimenti scade in un conformismo vano e sterile che nega l’eterogeneità individuale.

 

Carmelo Pacino

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Bibliografia

Asch, S.E. (1955). “Opinions and social pressure”. Scientific American. 193 (5): 31–35.

Bond, R., Smith, P. B. (1996). Culture and conformity: a meta-analysis of studies using Asch‘s line judgment task. Psychological Bullettin, 119(1), 111-137.

Boca S., Bocchiaro P., Scaffidi Abbate, C. (2010). Introduzione alla psicologia sociale, Mulino, Bologna.

Davidson, W.P. (1983), The third-person effect in communication. Public Opinion Quarterly, 43, 1-15.

Deutsch, M., Gerard, H. B. (1955). A study of normative and informational social influence upon judgment. Journal of Abnormal and Social Psychology, 51(3), 629-636.

Manza, J., Arum, R., Haney, L. (2014). Progetto sociologia. Guida all’immaginazione sociologica, Pearson.

Sherif, M. (1935). A study of some social factors in perception. Archives of Psychology, XXVII,187.

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